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Le pandemie nella storia: dal vaiolo del '500 al Covid-19

pubblicato il 17-04-2020

La storia dell’uomo è stata caratterizzata da decine di epidemie e pandemie, prima di quella determinata dal Sars-Cov-2. Le più importanti raccontate nel nuovo quaderno dedicato ai virus

Le pandemie nella storia: dal vaiolo del '500 al Covid-19

La storia dell’uomo, così come quella degli animali, è stata caratterizzata da decine di epidemie e pandemie causate da virus ignoti e da altri che abbiamo imparato a conoscere molto bene. Nell’ultimo secolo, per esempio, la tristemente famosa influenza spagnola del 1918 contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 50 milioni, anche se alcune stime parlano di 100 milioni di morti.


La maggior parte delle pandemie hanno un’origine animale. Sono, cioè, delle zoonosi. In alcuni casi nascono dalla stretta convivenza tra persone e animali da allevamento e sono poi favorite dai grandi agglomerati urbani con elevata densità abitativa. Altre epidemie, invece, sono state determinate dalla colonizzazione e dalla conquista di nuovi territori: virusbatteri sconosciuti ai sistemi immunitari delle popolazioni autoctone hanno causato vere e proprie stragi. Ne è un esempio il periodo della conquista spagnola in America del Cinquecento, quando il vaiolo uccise quasi tre milioni di indigeni mesoamericani e contribuì all’invasione dei conquistadores europei molto più di fucili e moschetti. Di epidemie e pandemie si è parlato anche in tempi più recenti: un esempio riguarda il 2009 con l’influenza A/ H1N1 (suina) e il Sars-CoV-2, causa della pandemia di Covid-19. Ma cosa significa esattamente pandemia? Può essere usata come sinonimo di epidemia? Vale la pena di provare a fare chiarezza su qualche termine.


Quando un virus nuovo o sconosciuto viene a contatto con l’uomo, i risultati non sono quasi mai prevedibili. Può accadere che non si adatti per nulla al nuovo ospite, venendo controllato dal sistema immunitario e non causando alcun danno. In questi casi, chi viene a contatto con un patogeno può non accorgersene neppure. In altri casi, invece, il virus riesce a colpire le cellule umane (a volte di uno specifico tessuto, come in quest’ultimo caso quello polmonare), causando sintomi di varia natura e gravità: se pensiamo alla capacità del virus di creare danni al nostro corpo, allora stiamo pensando alla sua «patogenicità». Chiaramente, la sua forma più estrema è rappresentata dal decesso del paziente: in questi casi possiamo valutare la letalità del virus, ovvero il numero di morti sul totale dei pazienti che hanno contratto quella specifica malattia. Tutt’altro parametro è invece la contagiosità o infettività. In questo caso, i termini sono associati alla capacità del virus di diffondersi da un individuo a un altro: più un virus è infettivo, più si diffonderà velocemente all’interno della popolazione.


Esiste anche un valore chiave per capire questo con concetto, chiamato R0: in epidemiologia è un valore numerico che rappresenta il numero medio di persone che vengono contagiate da ciascuna persona infetta. Se il suo valore è 2, significa che ogni malato contagia due sani. Più R0 è elevato, più l'agente patogeno si diffonde velocemente, mentre se questo valore è inferiore a 1 la malattia tende a estinguersi da sola nella popolazione. R0 non dipende solo dalle caratteristiche dell'agente infettivo: densità mobilità della popolazione, condizioni igienicheclimatiche e numero di persone immuni o vaccinate possono limitare o favorire la diffusione di un virus.


Quando invece vogliamo effettuare una fotografia di quanto velocemente si sta diffondendo un virus, possiamo rifarci a termini come focolaio endemico, epidemia e pandemia. Un focolaio epidemico rappresenta una comunità o regione ben circoscritta in cui, in un certo lasso di tempo, si verifica un rapido aumento dei casi di una data malattia infettiva rispetto a quanto atteso. Diverso è il caso di una malattia endemica: in questi casi il virus è costantemente presente nella popolazione e si può assistere a un certo numero di nuovi casi che possono aumentare o diminuire nel tempo, a seconda degli individui suscettibili alla malattia. È questo il caso del morbillo in Italia, dove negli ultimi anni il numero di vaccinazioni non è stato sufficiente a garantire una copertura vaccinale adeguata. Per questo, nel tempo, si è assistito a dei momenti in cui la malattia si è ripresentata più frequentemente.


Infine si parla di epidemia quando un patogeno si diffonde rapidamente da un soggetto malato a più persone, facendo aumentare in un luogo geografico definito, più rapidamente rispetto alla norma, i casi di quella malattia. Un'epidemia diventa pandemia quando, oltre a trasmettersi da  persona a persona e provocare un numero significativo di morti, si diffonde a livello globale. Per dichiarare un virus come pandemico, questo deve rispettare una classificazione con sei criteri progressivi sviluppata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: il punto finale è la capacità di sostenere focolai epidemici crescenti in due o più regioni mondiali.

 


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