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Quando sono utili i test genetici?

pubblicato il 30-09-2014
aggiornato il 06-02-2017

Risponde Giuseppe Novelli, Professore Ordinario di Genetica Medica, Università Tor Vergata, Roma

Quando sono utili i test genetici?

Ci sono malattie per le quali un test genetico può consentire la prevenzione e/o la cura? Roberta C, Lecco

Risponde Giuseppe Novelli (nella foto), docente ordinario di Genetica Medica e rettore dell'Università Tor Vergata, Roma

I test genetici rappresentano una conquista piuttosto recente della medicina, sebbene ancora in evoluzione. La decodifica del Dna ha infatti iniziato a porre le basi di quella che oggi viene chiamata medicina predittiva che è costituita da tutte quelle informazioni genetiche che possono aiutare a determinare alcune possibili malattie a cui l’organismo può essere naturalmente predisposto e fornire, laddove possibile, eventuali indicazioni per prevenirle con la correzioni della causa, nella maggior parte dei casi correlata allo stile di vita, o tramite la  diagnosi precoce.

Dico tentare di prevenire poiché, nonostante il progresso scientifico abbia fatto passi avanti consentendo nuove e preziose informazioni, indice di particolari sintomi e future manifestazioni di malattia, non segue o non ha poi la possibilità per agire su di esse per ripristinare o modificare un errore genetico, destinando così lo stato di salute ad evolvere verso la malattia. La correzione dei difetti genetici è possibile tuttavia oggi per poche malattie ereditarie, come i difetti immunitari congeniti e l’emofilia. In ambito di diagnosi precoce, i migliori risultati si sono oggi raggiunti per le patologie prenatali con esami effettuati sull’embrione che consentono di rilevare la presenza e la trasmissione di geni mutati, come avviene nel caso della fibrosi cistica o di anomalie di numero dei cromosomi come la sindrome di Down. Tra questi esami vi sono la villocentesi e l’amniocentesi che, attraverso l'analisi dei villi coriali o del liquido amniotico, permettono di diagnosticare se il nascituro presenterà un'alterazione genica o cromosomica, associata a una specifica malattia.

Ma oltre alla diagnosi prenatale, il test del Dna permettere di conoscere anche alcune condizioni di patologia dei piccoli, come la fenilchetonuria, una fra le più comuni malattie pediatriche genetiche, dovuta a diversi tipi di mutazioni recessive di un gene localizzato sul cromosoma 12 ed evidenziata dalla presenza di alti tassi di fenilpiruvato nelle urine e di fenilalanina nel sangue. In casi come questo, scoperto il gene incriminato nella mamma, si possono mettere in atto azioni mirate attraverso una dieta fin dall’inizio della gravidanza che possa aiutare ad evitare pesanti implicazioni nella vita adulta del bambino.

Contrapposte a situazioni cliniche come questa, vi sono molti altri contesti nei quali l'analisi del Dna non è in grado di rivelare un dato certo di malattia, ma piuttosto un maggiore rischio che la persona nell’arco della vita possa sviluppare una determinata patologia. È questo il caso di alcune malattie come il diabete o l’infarto per esempio per cui oggi è possibile soltanto stabilire, sebbene in modo molto accurato, la suscettibilità, ovvero la “predisposizione” a sviluppare questo tipo di patologia nel corso della vita in modo probabilistico. In altre situazioni, in cui esiste invece una certa familiarità - come in alcuni tumori della mammella legati alle mutazioni di alcuni geni, vedi il BRCA -, i test indicano una predisposizione nella donna a sviluppare la patologia. Predisposizione però non significa necessariamente malattia. Attraverso uno studio accurato della famiglia e del soggetto interessato, è possibile conoscere preventivamente il rischio e consentire una protezione maggiore con strumenti di diagnosi precocissima, follow-up ravvicinati a seconda della fascia di età o della familiarità con la patologia in questione.

Al tumore del seno si affiancano anche test genetici per altre malattie oncologiche, come per esempio il carcinoma del colon-retto non associato a poliposi tramite i geni hMSH2, hMLH1, hPMS1, hPMS2; la sindrome di Li-Fraumeni  con il gene TP53; l’atassia-telangiectasia con il gene ATM; lo xeroderma pigmentoso con i geni XP e la neurofibromatosi tipo 1 con il gene NF1. Accanto a queste possibili situazioni cliniche in cui è possibile individuare con probabilità elevate, ce ne sono altre per cui alla valutazione di una predisposizione non corrisponde alcun intervento preventivo possibile, né una cura efficace. Fatto, quest’ultimo, che potrebbe avere anche ripercussioni psico-emotive sulla persona. Conoscere il proprio futuro rischio di malattia potrebbe essere demotivante o anche trascinare nella più profonda depressione, qualora non si avessero gli strumenti per poterlo in qualche modo o in parte modificare.

Il confine fra il sapere e il non sapere deve essere attentamente considerato da persona a persona in base all’età, al carattere e al progetto o aspettative di vita attraverso la consulenza effettuata dal genetista. Il test del Dna in quest’ottica deve essere uno strumento e una opportunità cui avvicinarsi solo in presenza di serie motivazioni di salute o di valide indicazioni di rischio: sempre con l’aiuto di un medico, mai per semplice curiosità. 


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