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Neuroscienze

800mila soldati Usa a scuola di forza d'animo. Ma la resilienza si impara o è innata?

pubblicato il 06-12-2011
aggiornato il 18-01-2017

Neuroscienziati a caccia del gene o della proteina che conferisce la capacità di reagire ai traumi e superarli in pochi mesi senza restarne segnati

800mila soldati Usa a scuola di forza d'animo. Ma la resilienza si impara o è innata?
Neuroscienziati a caccia del gene o della proteina che conferisce la capacità di reagire ai traumi e superarli in pochi mesi senza restarne segnati. Gli psicologi divisi: per alcuni è un’eredità genetica, per altri  si può imparare

Si può insegnare la forza d’animo? Inculcare con un addestramento la capacità di reagire agli stress e ai lutti tornando rapidamente in equilibrio? Gli Stati Uniti ci stanno provando con 800mila dei loro soldati. Un numero impressionante, per quello che finora si può solo classificare come un’ipotesi di “prevenzione” e che contrasta con le indagini dei neuroscienziati alla ricerca di geni e proteine in cui risieda la “resilienza”. Il termine viene dal latino resiliens che significa “rimbalzare, saltare indietro” e si usa in fisica per indicare la proprietà per esempio di una molla d’acciaio, se compressa, di tornare rapidamente nella condizione iniziale quando termina lo “stress” della compressione. Tra psicologi e neurobiologi è oggi quanto mai vivace la discussione e intricate le relative ricerche sul perché certe persone superano lutti o spaventi da catastrofi o stress da guerra senza restarne segnati per sempre e altri invece restino “invischiati” nelle coltri nere della depressione o nei flashback di un disturbo da stress post-traumatico.

LA RESILIENZA E’ INNATA?- Dalle ricerche finora fatte, sia con i classici test e interviste degli psicologi sia adottando le tecniche di imaging cerebrale e i database dei geni, sugli scampati al crollo delle Torri gemelle come su madri che avessero perso un figlio, risulta che la grandissima parte di uomini e donne tornano in equilibrio emotivo da sé, senza aiuti, nel giro di qualche mese. Dunque, la resilienza è una forza innata? Sembra orientato a sostenerlo lo psicologo americano George Bonanno della Columbia University, come riferisce la rivista Le Scienze di maggio, che a questo tema si è prevalentemente dedicato studiando vittime di stupri, reduci da guerre, abitanti di Hong Kong sopravvissuti alla Sars. I suoi risultati indicano che a sei mesi dal lutto o dallo choc solo il 10 per cento o anche meno manifesta ancora sintomi classificabili come trauma. La domanda che Bonanno pone, con altri, a proposito del “più grande intervento psicologico intenzionale” attualmente in atto nell’esercito Usa è questa: se la resilienza è innata, non si rischia di far danni a sottoporre le persone ad “addestramenti” psicologici?

TSUNAMI E PSICOLOGI- Per esempio quando ci fu lo tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano l’Organizzazione mondiale della Sanità mise in guardia i soccorritori dall’impiego dei debriefing, che si può spiegare come il far raccontare e rivivere in gruppo l’evento terribile subito con l’idea che così, in un certo qual modo, la persona si “disintossichi” dal trauma. E’ una tecnica degli psicologi di pronto intervento. Ma a volte si è visto che questo sistema peggiora le situazioni, per esempio un partecipante in preda al panico può “contagiare” tutto il gruppo.

“LOTTA O SCAPPA”- Ma, innata o no, dove “abita” la resilienza? Qual è il substrato biochimico che la esprime? Finora solo indizi. Si parte dall’ipotalamo che, sott’attacco, produce un segnale di stress, il fattore di liberazione dell’ormone corticotropo, che a sua volta provoca una cascata chimica che si trasforma in questo urgente ripetuto messaggio: “lotta o scappa!”. Poi la tempesta biochimica si placa. Tra i cosiddetti ormoni dello stress si indica il cortisolo, che verrebbe disattivato più facilmente nelle persone resilienti. Ad “aiutare” queste ultime vengono indicate varie sostanze cerebrali, come il DHEA (deidroepiandrosterone). Nel 2006 alcuni ricercatori del Centro medico dei Veterani del Bronx accertò che livelli superiori di questa sostanza nei reduci di guerra indicava un rischio minore di disturbo da stress post-traumatico. Tra l’altro va ricordato che proprio gli studi sui disturbi mentali esplosi tra i reduci del Vietnam condussero a capire l’esistenza di una specifica malattia, battezzata appunto disturbo da stress post-traumatico.

UOMINI E TOPI- Un’altra sostanza sospettata di “produrre” forza d’animo è la proteina DeltaFosB, per il momento, tuttavia, osservata all’opera nei topi. Un indizio in più viene dalle indagini post mortem di persone depresse: nei loro tessuti cerebrali la preziosa proteina risulterebbe scarsa. E’ questa la leva per una forte e positiva reattività? Procedere con cautela è d’obbligo quando, di recente, altre proteine e altri geni sembravano esserlo per poi dimostrarsi indizi fallaci. Siamo dunque distanti sia dall’aver trovato la causa sia dal poter ipotizzare, un domani, la “pillola della resilienza”. Ma le indagini procedono. Coraggio!

Serena Zoli


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