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Neuroscienze

Il giudice dovrà tener presente, oltre al codice penale, anche quello genetico?

pubblicato il 13-11-2012
aggiornato il 16-01-2017

Lo sviluppo delle tecnologie ha permesso di aggiungere nuove conoscenze sullo sviluppo del cervello e quindi le neuroscienze entrano in tribunale e se ne dovrà tenere conto

Il giudice dovrà tener presente, oltre al codice penale, anche quello genetico?

Giancarlo Comi si è laureato in medicina nel 1973 all’Università degli Studi di Milano e specializzato in neurologia nel 1977 presso la stessa università. Nel 1974 è diventato ricercatore presso il Dipartimento di Neurologia dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano. Attualmente è Professore di Neurologia, Direttore del Dipartimento di Neurologia e dell’Istituto di Neurologia Sperimentale all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. I suoi interessi si concentrano principalmente sullo studio della fisiopatologia e delle cure della sclerosi multipla. Attualmente fa parte del consiglio esecutivo di molte associazioni scientifiche e del comitato redazionale delle riviste «Multiple Sclerosis», «European Journal of Neurology» e «Neurological Sciences». Nell’ambito della conferenza Science fo Peace interverrà nella sessione dal titolo “Dignità della persona alla luce delle neuroscienze. Perché punire? Scienza, società e nuovi valori della pena”.

Professor Comi, spesso leggiamo di ricerche che cercano di dimostrare le basi biologiche del perché si prende una decisione. Secondo Lei, quanto di vero c’è in questi studi? E’ veramente tutto spiegabile con le tecniche di neuroimaging?

Quando si parla di cervello io amo descriverlo come una grande “scatola nera”, come quella installata su aerei e navi, in cui vengono registrate una quantità spaventosa di informazioni. Sia in passato che allo stato attuale l’uomo cerca di comprenderne il funzionamento. Oggi però, a differenza degli anni passati, abbiamo a disposizione nuove e moderne tecnologie come la risonanza magnetica, la PET e le tecniche di elettrofisiologia, capaci di fornirci nuove indicazioni su come il cervello funziona. Detto ciò questi metodi diagnostici ed investigativi consentono un’osservazione grossolana dei fenomeni nervosi. Questi infatti sono finemente regolati e con una semplice risonanza magnetica non è possibile studiarli a fondo. Per questo mi sento di dire che oggi il cervello ha sì meno segreti, ma siamo ancora ben lontani da comprenderne i meccanismi. Il pericolo attuale a mio parere è cadere nell’eccessiva semplificazione di fenomeni tanto complessi come l’attività cerebrale.

Dall’altro lato poi abbiamo la genetica. Quanto conta il patrimonio genetico e quanto l’ambiente nei comportamenti di una persona?

La genetica è molto importante. In passato però noi scienziati abbiamo peccato di orgoglio pensando che la conoscenza del codice genetico fosse in grado di fornire la spiegazione di tutto ciò che accade nel nostro corpo. Ora l’idea che un gene contenga l’informazione per una proteina è superata. Non solo, una volta prodotta, esistono tutta una serie di modificazioni post genomiche di cui è necessario tenere conto. E queste non sono strettamente dipendenti dal codice genetico. Poi, altro grande capito, è l’influenza dell’ambiente sul genoma, un concetto ormai più che assodato. I fattori in gioco che concorrono sono molti.

E’ tutto predeterminato quindi?

Non direi. Innanzitutto quello che la scienza non ha ancora spiegato, e che resta uno straordinario mistero, è come sia possibile che dalla materia si crei il pensiero. E’ veramente arduo ora spiegarlo in termini biologici. Detto questo una certa predeterminazione può esserci. Recenti studi hanno cercato di esaminare il perché l’uomo tende ad interessarsi ai suoi simili. I risultati hanno mostrato che c’è un tratto del genoma, altamente conservato nel corso dell’evoluzione, che guida lo sviluppo di alcune aree cerebrali implicate in questa funzione. Ecco, questo per la nostra specie è stata una fortuna. L’uomo, vivendo ed interessandosi dei suoi simili, ha molte più probabilità di successo che stando da solo.

Secondo Lei le nuove conoscenze in campo neurologico quanto potranno incidere nel comminare una pena?

Innanzitutto bisogna ricordare che il cervello è dotato di grande plasticità. Nel tempo non siamo sempre uguali. Oggi sappiamo che le azioni che compiamo possono essere fortemente condizionate da stimoli chimici e fisici. Nel determinare un giudizio di colpa quindi bisogna tenere conto di questi aspetti. Tutto ciò che sappiamo e che ha basi scientifiche deve essere necessariamente considerato dal giudice quando commina una pena. La giustizia ora,  e soprattutto quando in futuro conosceremo ancor di più, sarà costretta a misurarsi con le neuroscienze. E’ impensabile lasciarle al di fuori dell’aula di tribunale. Detto ciò non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di voler dare una spiegazione a tutto.

Quindi si può dire che forse non siamo sempre consapevoli delle azioni che svolgiamo…

L’uomo non è identificabile come l’insieme di tanti “pezzi” messi insieme. Siamo capaci di determinare le nostre azioni ma sino ad un certo punto. Accade infatti che l’uomo sia spettatore di sé stesso. Le neuroscienze hanno dimostrato che alle volte non siamo coscienti nello svolgere alcune azioni a prima vista elementari. Ce ne accorgiamo mentre sono in atto. Detto ciò mi sento di affermare che la libertà negli individui è presente e c’è soprattutto per l’impossibilità dell’uomo di determinare ogni singola variabile in gioco quando prende una decisione. Ecco perché non potremo mai affermare che una persona ha agito in un certo modo solamente per una serie di ragioni meccaniche.

@danielebanfi83

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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