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Neuroscienze

Il rischio di ictus raddoppia dopo una lunga depressione

pubblicato il 13-07-2015
aggiornato il 22-02-2017

Le conclusioni dello studio, condotto su sedicimila persone, riguardano chi ha più di 50 anni. Non è chiaro il perché, ma è certo il danno cerebrovascolare nel tempo

Il rischio di ictus raddoppia dopo una lunga depressione

 

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Una depressione che dura a lungo a partire dai cinquant'anni di età può anche raddoppiare il rischio di un ictus e tale rischio resta piuttosto alto anche dopo che la depressione è passata. La ricerca che ha portato a questo risultato è piuttosto consistente: condotta su sedicimila persone dal 1998 al 2010, tempo entro cui si sono registrati quasi duemila ictus, è targata Università di Harvard (Usa).

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CONTA LA DURATA

Le persone arruolate nell’indagine sono state sottoposte ogni due anni a interviste a proposito di sintomi depressivi e storie di problemi cerebrovascolari. Si è constatato che se risultavano pesanti sintomi depressivi in due interviste di seguito - dunque nel periodo di quattro anni - il rischio entro i due anni successivi era più che doppio rispetto al caso delle persone non depresse. E anche quando il paziente risultava depresso soltanto alla prima intervista, e non alla seconda, il suo rischio restava comunque del 66 per cento più elevato. Lo stesso non si è verificato a ridosso di un attacco di depressione anche forte. Gli studiosi bostoniani si sono resi conto che è il prolungarsi della depressione a inficiare in qualche modo la salute cerebrovascolare.

n che modo, non è chiaroPubblicato sul Journal of American Heart Association, lo studio porta come prima firma quella di Paola Gilsanz, che commenta: «Se troveranno conferma, questi dati suggeriscono che i medici debbono cercare di individuare e curare la depressione il più precocemente possibile, prima che possa “depositare” effetti dannosi per la salute cerebrale». Oltretutto, poi, è apparso chiaro che, se una forte depressione è durata a lungo, anche quando sparisce ci vogliono più di due anni perché torni normale il rischio ictus.

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IL RISCHIO SUL CUORE

«Noi ci siamo occupati in particolare di un’altra incidenza: il rapporto tra depressione e sindrome coronarica acuta», commenta Stefano Pini, professore associato di Psichiatria all’Università di Pisa. C’è una crescente consapevolezza dei legami tra il “male oscuro” e la salute dei vasi sanguigni. Nella città toscana è stato scelto il campo delle arterie cardiache. E ci si è preoccupati di indagare se i diversi tipi di depressione abbiano impatti diversi. «In una indagine su 171 pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta», riferisce il professor Pini, «si è constatato che è il disturbo bipolare a prevalere e ad avere un impatto negativo sulla salute cardiaca».

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DOPPIO CONTROLLO MEDICO

«Già dal 2008», prosegue Pini, «l’American Heart Association ha raccomandato l’inserimento nella pratica clinica di uno screening di routine per la depressione nei pazienti con sindrome coronarica acuta. Il legame tra queste due malattie, che nel 2020 saranno le prime due cause di disabilità, non è chiaro. Ci si chiede se malattia coronarica e depressione siano manifestazioni di un comune substrato genetico e/o biologico oppure se l’una aumenti il rischio dell’altra (o viceversa). I risultati degli studi più recenti sembrano indicare che solo specifici sintomi depressivi, ad esempio l’umore depresso e l’anedonia (cioè l’incapacità di provare piacere), siano predittivi di eventi avversi dopo una sindrome coronarica acuta».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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