Neuroscienze

La malattia dello specchio: sentirsi (e vedersi) un mostro

pubblicato il 06-12-2011

Si chiama dismorfofobia ed è un disturbo psichiatrico per cui una persona ritiene una parte di sé disgustosa. Con rabbia e depressione. Fino all’isolamento

La malattia dello specchio: sentirsi (e vedersi) un mostro

Si chiama dismorfofobia ed è un disturbo psichiatrico per cui una persona ritiene una parte di sé disgustosa. Con rabbia e depressione. Fino all’isolamento.

Che cos’è la dismorfofobia? Risponde il professor Stefano Pallanti, direttore della scuola di perfezionamento in psichiatria all’Università di Firenze.

Alla lettera è la fobia della ‘forma sbagliata’, è il disturbo di quanti trovano ‘sbagliata’, mostruosa una parte del loro corpo. E la sensazione può essere più o meno forte, più o meno invasiva. Ad un livello intenso per chi ne soffre è proprio una brutta vita. Porta all’isolamento, al non voler farsi vedere da nessuno, a idee suicidarie.

Qual è comportamento di un dismorfofobico? O sono forse di più le donne?

Sì, come per l’anoressia e la bulimia, disturbi “confinanti” per l’ossessione legata al corpo, la dismorfofobia è soprattutto femminile. Si può ipotizzare un 3 a 1, tre donne per ogni uomo.

Il comportamento, dicevamo?

C’è il terrore degli specchi. Ma c'e' anche una irresistibile attrazione: il dismorfofobico si controlla di continuo, centinaia di volte , e la conferma amplifica il suo terrore Chi sente un pezzo di sé orribile li evita o li distrugge. Poi, l’abbigliamento serve a occultare: berretti, occhialoni neri, sciarpe, cappottoni o mantelle. C’era un ragazzo che pure d’estate portava cinque maglioni. Si usa anche il trucco, ci sono donne che non si fanno vedere struccate neppure dai familiari. Altre o altri non andranno mai in palestra perché dovrebbero svestirsi, non parliamo poi del costume in spiaggia. Inammissibile. La differenza con i disturbi dell’alimentazione è che lì il pensiero fisso è per il grasso, il peso. Mentre in chi soffre di dismorfofobia in genere è odiata una zona, più raramente l’intero corpo: il naso o le orecchie o il colore della pelle o i capelli o i genitali…

E l’idea resta fissa sempre sulla stessa parte?

A volte si sposta, fluttua. Invece di un tratto del corpo, la persona può anche percepire sbagliato di sé l’odore. Crede di puzzare in modo disgustoso, e allora si riempie di deodoranti e profumi, alla fine puzza davvero. Oggigiorno c’è una grande spinta nella società verso la “bella forma”. L’avvenenza è quasi un obbligo, facile immaginare che questa pressione scateni in molti una tendenza che, forse, in un contesto diverso non sarebbe emersa. Sì, può in certi casi fare da causa scatenante, ma non ne è la vera origine, la causa.

Però sempre più persone, anche le adolescenti addirittura, ricorrono alla chirurgia plastica. Tutti malati quelli che si rivolgono al bisturi estetico?

Non tutti, ma molti sì: un 20-25 per cento. Sugli adolescenti vorrei precisare che l’idea di avere una parte del corpo sbagliata è una classica fase evolutiva che poi, generalmente, scompare.

Una rassicurazione che deve spingere gli adulti a non assecondare i rifacimenti di naso, seni o gote chiesti in età acerba. Ma chi va dal chirurgo plastico e si fa cambiare quella parte del corpo di cui si vergogna, poi sta bene?

No, perché il problema non era o il gluteo o la pancetta o le orecchie a sventola. Il problema è e resta la dismorfofobia. Che fa sì che la persona non sia mai contenta dal risultato raggiunto. Per cui o prosegue con altri interventi, compulsivamente, o urla al chirurgo che è un disgraziato e che l’ha rovinato. O anche gli fa causa. Converrebbe anche ai chirurghi plastici avere una cultura in fatto di clienti dismorfofobici. Ho letto che questo disturbo era già noto nell’Ottocento e che a riportarlo all’attenzione sono stati a fine anni Ottanta del secolo scorso proprio i chirurghi estetici americani scossi dalle tante e costose cause intentate loro da pazienti mai soddisfatti e sempre ansiosi. Sono molti i chirurghi avvertiti su questo fronte, che indagano sulle vere motivazione che spingono quella persona a ricorrere al bisturi e che guardano se c’è una preoccupazione sproporzionata rispetto al reale difetto e un’ansia di tipo particolare. E’ un’urgenza non solo di etica professionale, ma anche un modo per mettersi al riparo da future recriminazioni del paziente. Oltretutto si consideri questo dato non poco interessante: il tasso di suicidio tra quanti hanno fatto ricorso alla chirurgia estetica è quattro volte quello nella popolazione generale.

Impressionante. E il singolo intervento chirurgico non porta nessun effetto benefico? Tra l’altro, con quel che costano…

No, all’inizio possono dare un po’ di sollievo. Ed è allora che si dovrebbe intervenire con la psicologia e con i farmaci. Insomma, occorrerebbe che i vari specialisti agissero come un’équipe.

Che psicologia e che farmaci?

Soprattutto psicologia comportamentale, che “avvicina” progressivamente al temuto difetto e cerca di ridurre l’ansia connessa. Per i farmaci, risultano adatti quelli in uso per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc).

Già, la dismorfofobia è dopotutto un’ossessione. Rientra nel Doc?

Per ora è catalogata tra i disturbi somatoformi, come l’ipocondria. Ma certo ha tratti da Doc in quell’eccessiva cura di sé.

E che risposte si ottengono?

I risultati variano con l’età. C’è un pregiudizio contro l’uso di psicofarmaci con i giovani, ma è un fatto che con i giovani, quando le cure funzionano, si ottiene un successo più pieno.


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