Neuroscienze

La donna che si vedeva brutta

pubblicato il 28-10-2011

Ragazza bella e affascinante ma colpita da un grave disturbo: la dismorfofobia, che fa provare disgusto e rifiuto del proprio corpo. Un tunnel d’orrori da cui però è uscita vittoriosa


La donna che si vedeva brutta

“Mi truccavo perfettamente anche prima di andare a letto la sera. E alla mattina mi rifacevo il trucco con lunghissimi rituali ossessivi. In special modo dai 16 ai 19 anni io non sono mai stata, neanche un’ora, senza maquillage. Non potevo sopportare la mia faccia “nuda”. Durante il giorno poi ritoccavo di continuo il fard, l’ombretto o il mascara, oppure tutto, e di continuo tiravo fuori lo specchietto – il mio peggior nemico –per controllarmi. Responso: orrenda, sei orrenda, non c’è nulla da fare. Seguivano disgusto e disperazione. Eppure, compulsivamente, non potevo non guardarmi in ogni vetrina, in ogni specchio che incontravo.

Vi dico subito che si tratta di una malattia, una malattia psichiatrica che io ho vissuto pure insieme a fasi di depressione, ma già deprimente, anzi: devastante, da sé. E ha un nome difficile: dismorfofobia. Il che non ne fa per niente una malattia rara. Tanti ne soffrono e non lo sanno. Ecco perché voglio rendere partecipi più persone che posso. Io ho saputo di questo disturbo, e mi ci sono riconosciuta (che sollievo!), dopo anni e anni che mi sentivo soltanto sbagliata, sbagliata d’aspetto, intendo. Una volta ricordo che restai estasiata davanti alla visione straordinaria del Grand Canyon, in America, una meraviglia del creato che però sentii deturpata da quell’”ingombro” brutto e sgraziato che ero io. Quasi una profanazione della bellezza, e me ne sentivo colpevole. Non sapete, se non l’avete provato, che cosa significhi volersi strappare il corpo di dosso, volersene liberare come di un vestito mostruoso, che ti fa orrore.

Chiarisco intanto che cosa significa quel nome difficile che, conoscendolo, ha rappresentato la mia salvezza indicandomi qual era la mia strada: non uno psicologo (da cui già andavo) , non un chirurgo plastico, ma uno psichiatra. La parola viene dal greco: dis-morphé, fobia, paura della “forma cattiva, sbagliata”.

Chiarisco anche, prima di proseguire, che a detta di tutti, e da sempre, sono stata una ragazza molto bella e sono una donna bella anche oggi che ho 45 anni. Ma non è mai servito a nulla che tutti me lo dicessero.

Il mio disagio è antico, primi segni li ritrovo anche nell’infanzia, poi a 11 anni, con lo sviluppo, esplosero. Questo fastidio per il mio corpo, che non era soltanto estetico, ma non so come esprimerlo, si focalizzava su una parte: un periodo i fianchi, un altro le guance e via. Ma a differenza di tanti dismorfofobici che si fissano su un particolare del loro fisico, per me era tutto il corpo una prigione. Poi, è difficile da spiegare, non era verso gli altri che mi sentivo orrenda, no, avevo coscienza che agli altri piacevo, ma era nei confronti di me stessa che provavo questo disgusto.

Oltre che sempre truccata, da quando ho avuto la patente giravo sempre in macchina, anche per andare dal tabaccaio a 30 metri da casa. Il fatto è che dovevo “coprirmi”, nascondermi, e l’auto aveva questo scopo. Oltre al foulard sempre in testa, occhialoni neri di giorno e di notte, abiti che più che vestirmi dovevano occultarmi.

Questo vissuto di orrore mi spingeva a isolarmi, uscivo poco e sempre “infagottata”, gli occhialoni scuri venivano presi da una che voleva fare la diva. Mai ospite in casa d’altri: come far vedere che mi truccavo di notte e che rituali seguivo? A periodi non uscivo proprio di casa, stavo in letargo sul divano, con i miei cercavo di minimizzare tutto ma lo vedevano anche loro che ero strana. D’altro lato c’era stata una zia, sorella di mia madre, che quanto a stranezze non scherzava: giorni o mesi di esaltazione, di iperattività, in cui picchiava noi bambini per un nonnulla, e mesi di prostrazione. Stesa. Ogni tanto spariva di casa, i grandi ci dicevano cose vaghe, ora so che la ricoveravano in cliniche psichiatriche. Che il suo era un disturbo bipolare. Anche mio padre era “strano”, soffriva di depressione e ogni tanto aveva le ”fisse” che la cameriera volesse avvelenarlo. Quando si dice che i disturbi mentali scorrono attraverso le famiglie…

Veniamo al fatto liberatorio. Leggo su un settimanale un’intervista a un famoso psichiatra e lì, in un dibattito sull’utilità o meno della chirurgia plastica, leggo snocciolati tutti i miei sintomi. E scopro che rappresentano una precisa malattia. Dunque, io sono malata! E questa malattia ha un nome e una cura! Non ci posso credere, mi sento sbalzata al settimo cielo: allora c’è una via d’uscita!

Devo aggiungere che dopo aver provato di tutto come si dice, ero anche in analisi da sette anni e io alla mia analista lo ripetevo di essere malata (pensavo “solo” psicologicamente…), ma lei ripeteva: “No, lei non è malata, semplicemente lei non vuole cambiare, non vuole guarire”.

La faccio breve: mi procurai un appuntamento con quello psichiatra, ci sono andata, avverto che ha dovuto fare dei tentativi prima di imbroccare i farmaci giusti per me, però…. però ora vivo!! Da cinque anni vivo! Sì, ho cominciato tanto a vivere, ma ora cerco di non guardare indietro e rifarmi del lungo incubo.

Che ce la stavamo facendo, me ne accorsi con la prescrizione di un farmaco che mi fece ingrassare di ben 9 chili. Un guaio, certo. Ma sapete che non me ne importava niente? Ero basita. Allora eravamo davvero sulla strada giusta. Bene, i chili poi li ho persi, faccio tuttora una cura molto leggera di mantenimento. Esco, ho amici, partecipo e organizzo feste, e vado a fare del volontariato in un gruppo di auto-aiuto per il mio disturbo e per la depressione.

Sei proprio un bel tipo, tu!, mi dicono tanti quando mi vedono spesso comparire con un largo cappello in testa e dei grandi occhiali scuri. Fatalona!, mi dicono altri scherzando, anche perché poi, quando entro da qualche parte, oggi mi tolgo cappello e occhiali senza problemi. Già: vezzo per “giocare” sull’antico problema o souvenir residuo di quel lungo tunnel? Bah, io me la rido, forse sarà un po’ l’uno e un po’ l’altro. Ma sto bene, che altro importa?”.

Elena D., Macerata  


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