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Neuroscienze
Paola Scaccabarozzi
pubblicato il 27-04-2023

L'ansia, gli studenti e il sostegno psicologico che non c'è



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Sempre più studenti chiedono aiuto psicologico, ma i servizi a scuola o in università dipendono dalle risorse dei singoli istituti. Istruzioni utili per capire l'ansia dei nostri ragazzi

L'ansia, gli studenti e il sostegno psicologico che non c'è

Si sentono tremendamente soli, insicuri, spesso in difficoltà. Avvertono il peso di una società estremamente competitiva. Non si sentono all’altezza e non immaginano un futuro. Ma chiedono, fortunatamente spesso, aiuto. Gli studenti lo fanno soprattutto cercando un dialogo con una persona al di fuori delle mura domestiche, un esperto, uno specialista che dia loro qualche strumento in più per far fronte a un’emotività corrosiva, sovente di complicata gestione. La richiesta della presenza di un terapeuta negli istituti superiori e nelle università è aumentata in maniera significativa nel corso degli anni e, soprattutto, dopo la pandemia.

 

AIUTO PSICOLOGICO A SCUOLA

Quasi la totalità degli studenti la ritiene necessaria la presenza di un aiuto psicologico all'interno del sistema scolastico. Il caso del Politecnico di Milano, una delle università più prestigiose del mondo, ne è l’emblema. Si è passati, infatti, dalle 150 sedute annuali con lo psicologo del servizio PoliPsi, il servizio di Counseling e di Sostegno Psicologico e Psicoterapeutico rivolto a studenti e studentesse e a dottorandi/e del Politecnico di Milano, del 2017 alle 4.500 dello scorso anno. La motivazione è chiara, basta far riferimento all’ultimo report dell’Unicef, datato ottobre 2021, da cui è emerso che un ragazzo (o giovane) su cinque, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, dichiara di sentirsi spesso depresso o di avere poco interesse nello svolgimento delle attività quotidiane. Si tratta di un dato allarmante, sei pensiamo che il documento si riferisce al benessere psicofisico a livello mondiale.

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UN BISOGNO IN CRESCITA 

«E sono persino numeri sottostimati» dichiara Maria Pontillo, psicoterapeuta, dirigente Psicologo presso l’Unità di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e professoressa a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «I ragazzi che hanno la percezione di non farcela, che sperimentano con frequenza una sensazione di inadeguatezza sono molti di più. Anche se dopo il Covid lo stigma nei confronti psicologi e psichiatri è sicuramente diminuito e sono i giovani stessi a chiedere esplicitamente aiuto. Esiste comunque ancora un gigantesco sommerso che non giunge alla diagnosi perché c’è sempre chi non ha il coraggio di chiedere una mano, chi non ha consapevolezza di ciò che sta vivendo, chi tende a sottovalutare, chi non sa a chi rivolgersi… Molti sono così gli adolescenti e i giovani adulti che si sentono ansiosi, spaventati, totalmente privi di progettualità. Un esercito di persone che fanno fatica ad accettare i propri limiti, a fare i conti con le proprie fragilità e, prima di tutto, a riconoscerle. Le motivazioni, anche in questo caso sono molteplici, complesse e articolate».

 

IL RUOLO DEGLI ADULTI

Fanno riferimento, insomma, alla storia personale e a quella collettiva che si intersecano, come sempre accade. «I genitori spesso comunicano - prosegue Pontillo - in maniera più o meno conscia le loro altissime e, talvolta, irraggiungibili aspettative perché fanno a loro volta parte di un ingranaggio fagocitante. Loro stessi sono, di continuo, sotto pressione, si sentono giudicati al lavoro e, in genere, nella vita quotidiana. Domandano molto a sé e ai loro figli che rappresentano, talvolta, la proiezione dei propri agognati bisogni personali per vari motivi non raggiunti. Si innesca così un circolo vizioso di adulti fragili e ragazzi ancora più fragili».

 

LA PERFORMANCE A DISCAPITO DELL'EDUCAZIONE EMOTIVA

«Così colpevolizzare i genitori ha poco senso - precisa Pontillo - non tutti dispongono degli strumenti culturali ed emotivi che li rendono consapevoli del vortice da cui loro stessi vengono travolti e sommersi. Metà di loro erano molto probabilmente adolescenti in difficoltà perché l’ansia e la depressione hanno un’origine che risale a decenni addietro, addirittura ai 14-18 anni. La nostra società non aiuta. E’ profondamente orientata alla performance, ai risultati, a una corsa continua per emergere a tutti i costi. Il modello è quello della comparazione, del confronto, talvolta agguerrito. Si inizia coi gruppi whatsapp delle mamme, una gara sfinente al voto più alto, per proseguire con quelle che saranno le agende di ragazzini stritolati da mille impegni e che assomigliano a quelle di manager rampanti. Un fare continuo, senza tregua e possibilità alcuna di sosta. Neppure il cervello in una fase così complessa, quella della crescita e della modificazione, sempre presente nell’essere umano, ma molto impattante in questa fase della vita, ha la possibilità di una tregua. Manca il tempo per annoiarsi e per imparare a comprendere e gestire la propria emotività, per osservare, accettare e comprendere i propri limiti e punti di forza. Manca il tempo per fermarsi e per ascoltare il corpo».

 

I CAMPANELLI D'ALLARME

Come accorgersi che qualcosa non va? I sintomi dell’ansia vanno ricercati nella sua etimologia. «La derivazione latina dal verbo angere, letteralmente “stringere” - afferma Pontillo - descrive già in maniera piuttosto precisa la sensazione che sta alla base di tutte le sue manifestazioni, ossia il sentirsi oppressi, costretti, in gabbia, impauriti e a disagio. Con tutte le possibili declinazioni, in relazione all’età e alla specifica situazione individuale: il bambino avrà, ad esempio, il terrore a restare da solo, anche per un attimo, rinuncerà alle sue piccole autonomie; il ragazzo si sentirà in difficoltà di fronte a un’interrogazione o al temutissimo giudizio dei pari. C’è chi somatizza attraverso nausea, mal di pancia e mal di testa, sensazione di vuoto di aria, di pericolo grave e imminente che non corrisponde a una situazione davvero tale. Ovviamente non è un singolo episodio che deve mettere in allarme. E normale provare paura, difficoltà, momenti di disagio. Ciò che è determinate è valutare la frequenza e la durata di questi sintomi. Bisogna dunque prenderne atto, farlo presente ai genitori, allo psicologo della scuola (se c’è), al medico di famiglia».

 

LO SPORTELLO PSICOLOGICO

Se nell’autunno del 2020 il Ministero dell’Istruzione aveva sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Ordine degli Psicologi per far fronte alle situazioni di crisi scatenate dalla pandemia, l’iniziativa è durata poco. Era stata accolta con grande favore dalle scuole, tanto che il 70 per cento degli istituti scolastici (5.662 su 8.183, dati Miur) aveva attivato uno sportello psicologico: alcune lo avevano già prima, ma più della metà (3.178) lo hanno istituito ex novo grazie ai fondi a disposizione. E adesso? Ora la situazione è in itinere e la speranza è quella che venga nuovamente attivato. «Si tratta sicuramente di un servizio molto utile e di attuazione relativamente recente - puntualizza Pontillo - gli sportelli psicologici risalgono, infatti, a una dozzina di anni fa. Attualmente ne esistono, ma sono iniziative della singola scuola che le autofinanzia. Gli esperti di riferimento non possono effettuare diagnosi, ma resta comunque un’iniziativa importante perché in grado di evidenziare eventuali disagi per demandarli poi a specialisti presenti sul territorio». Che cosa manca, dunque? «Ovviamente se ci fosse un progetto sostenuto e avvallato in modo sistematico a livello nazionale sarebbe un enorme vantaggio, anche perché probabilmente permetterebbe di garantire anche una certa continuità circa la presenza del medesimo psicologo per un tempo lungo all’interno di una determinata scuola. Sarebbe comunque fondamentale educare, sin dalla prima infanzia e continuare a farlo, sempre più bambini e ragazzi alla cura e comprensione delle proprie emozioni e del proprio corpo. Corsi scolastici di questo genere avrebbero sicuramente una ricaduta benefica sulla percezione di sé e del proprio benessere».

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Paola Scaccabarozzi
Paola Scaccabarozzi

Giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano, con specializzazione all'Università Cattolica in Materie Umanistiche, ha seguito corsi di giornalismo medico scientifico e giornalismo di inchiesta accreditati dall'Ordine Giornalisti della Lombardia. Ha scritto: Quando un figlio si ammala e, con Claudio Mencacci, Viaggio nella depressione, editi da Franco Angeli. Collabora con diverse testate nazionali ed estere.   


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