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Neuroscienze

Parkinson, in futuro la diagnosi attraverso la saliva?

pubblicato il 18-05-2016
aggiornato il 14-11-2017

Il dosaggio dell’alfa-sinucleina potrebbe permettere di scoprire in anticipo la malattia. In Italia sono duecentocinquantamila le persone malate di Parkinson

Parkinson, in futuro la diagnosi attraverso la saliva?

La malattia di Parkinson è la seconda condizione neurodegenerativa più diffusa, dopo l’Alzheimer: 1,2 milioni le persone malate in Europa, 250mila in Italia, dove si registrano poco meno di seimila nuove diagnosi annue. Con la più frequente forma di demenza senile il Parkinson, riconoscibile dalla rigidità muscolare e dal tremore a riposo, condivide l’assenza di terapie efficaci e di marcatori in grado di restituire diagnosi accurate. È su questo fronte, oltre che sulla ricerca di farmaci e dispositivi per il trattamento, che si sta muovendo la ricerca. Compiendo piccoli ma sensibili passi in avanti.

 

ALFA-SINUCLEINA E ALZHEIMER

Nelle scorse settimane è stato pubblicato uno studio sulla rivista Plos One mirato a valutare l’opportunità di utilizzare l’alfa-sinucleina salivare come marcatore per la diagnosi della malattia. Da tempo è noto il ruolo-chiave che la proteina riveste nell’insorgenza della malattia di Parkinson. Gli aggregati filamentosi da essa formati nel sistema nervoso centrale, noti come corpi di Lewy, sono responsabili della morte dei neuroni che controllano il movimento, localizzati nel mesencefalo. Questa atrofiaè responsabile della ridotta sintesi di dopamina, neurotrasmettitore cerebrale che risulta carente in tutti i malati di Parkinson. Accertato il coinvolgimento della proteina nei meccanismi di insorgenza della malattia, gli scienziati (tutti italiani) sono andati a ricercarla nella saliva. Un modo veloce, semplice e accessibile per avere certezza della diagnosi che al momento viene effettuata attraverso l’analisi complessa di diversi parametri clinici, per cui è di fatto impossibile riconoscere la malattia a uno stadio precoce.

 

IN FUTURO LA DIAGNOSI CON UN TEST SALIVARE?

Cento le persone arruolate nello studio: sessanta affette dalla malattia di Parkinson e quaranta sane. Chiaro l’obiettivo degli scienziati: verificare l’«attendibilità» dei valori di alfa-sinucleina prelevata dalla loro saliva (appena tre millilitri). Ricerche simili condotte finora avevano restituito risultati poco credibili, soprattutto in ragione del ridotto numero di persone osservate. Questa volta, invece, «abbiamo riscontrato che nelle persone colpite dal Parkinson si riduce l’alfa sinucleina totale e aumenta la forma oligomerica, considerata responsabile della morte neuronale», afferma Alfredo Berardelli, ordinario di neurologia all’Università Sapienza di Roma e prima firma della pubblicazione. Altro spunto interessante: i livelli di proteina oscillavano a seconda della gravità dei sintomi motori osservati nei pazienti. La prudenza è d’obbligo, ma «se si riuscirà a individuare le variazioni di alfa-sinucleina direttamente nella saliva, probabilmente un giorno si eviterà il prelievo del liquor cefalorachidiano attraverso la puntura lombare»: procedura non esente da rischi e disagio per il paziente.

 

QUALI OPPORTUNITA’ DALLA STIMOLAZIONE CEREBRALE PROFONDA?

Gli esiti della ricerca sull’alfa-sinucleina sono stati discussi nel corso dell’ultimo congresso dell’Accademia per lo Studio della Malattia di Parkinson e i Disordini del Movimento, in cui è stato fatto il punto su altri marker prognostici ritenuti interessanti, come le alterazioni olfattive e i disturbi del sonno. Quanto al trattamento dei sintomi, soprattutto nei malati gravi, le maggiori attenzioni sono riposte sulla stimolazione cerebrale profonda. «Si tratta di una procedura che non è in grado di arrestare il decorso della malattia e con il tempo l’effetto terapeutico pare attenuarsi - precisa Massimo Scerrati, direttore della clinica neurochirurgica dell’azienda ospedaliero-universitaria Ospedali Riuniti di Ancona -. Ma il progresso finora riscontrato rimane indubbio e significativo, al punto da considerarne l’applicazione anche nei confronti di altre malattie».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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