Neuroscienze

Più social, più soli? Facebook e Instagram fra solitudine e depressione

pubblicato il 21-12-2018
aggiornato il 20-02-2019

Viene chiamata “fomo” la paura di sentirsi tagliati fuori se ci si stacca da Facebook o Instagram. Uno studio mostra il benessere che si prova uscendo da internet. Colpiti i giovani, ma anche gli over 50

Più social, più soli? Facebook e Instagram fra solitudine e depressione

Social media: lo dice la parola stessa, mezzi di comunicazione sociale. Dunque più amici, scambi, calore, più affetti. Insomma i benefici di una intensa vita sociale. E invece no: più senso di solitudine e depressione. Nel mirino Facebook, Snapchat, Instagram, messi sotto indagine dall’Università della Pennsylvania (Usa) che dichiara di avere, alla fine, rilevato un legame causale tra la quantità di tempo speso con questi social media e l’aumento di depressione e solitudine.

Pubblicato sul Journal of Social and Clinical Psychology, lo studio è stato guidato dalla psicologa Melissa G. Hunt e ha coinvolto 143 studenti universitari che sono stati controllati sui tempi di dedizione a Facebook, Instagram e Snapchat anche verificando i consumi della batteria del cellulare. Sette i risultati misurati tra i quali paura di essere tagliati fuori, ansia, depressione, solitudine. Da qualche anno si parla di Fomo per definire la paura di restare senza connessioni, tagliati fuori, dall’inglese fear of missing out.

FUORI DALLA PAZZA FOLLA DELLE VITE ALTRUI

«Alla fine, quello che è emerso – dice la dottoressa Hunt – è che usando meno del consueto i social si ha una significativa diminuzione della depressione e del senso di solitudine. E questo accade in modo più sensibile in quei ragazzi che erano più depressi quando sono stati arruolati nello studio». Il miglioramento dell’umore quando ci si stacca dai rapporti virtuali si pensa dipenda dal fatto che, stando sui social, in particolare su Instagram, si fanno mille e uno paragoni con la vita degli altri concludendo che la propria è scialba e insignificante. Uscendo da questi confronti e tornando alla vita reale, è più probabile che si trovino cose interessanti da fare e da vivere, conclude Melissa G. Hunt.

LA RICERCA SULLA DIPENDENZA DA INTERNET

Caterina Viganò, medico psichiatra, ricercatore dell’Università degli studi di Milano presso l’Ospedale Sacco, rileva alcune debolezze metodologiche nello studio della Hunt e colleghi ed esprimerebbe con maggior cautela l’affermazione che “la riduzione dei tempi sui social incide sulla riduzione della depressione”. Coglie tuttavia l’occasione per richiamare vari altri apporti sull’argomento, da anni dibattuto nella comunità scientifica, ricordando che il primo a qualificare come “dipendenza” un uso problematico di internet fu Arnold Goldberg nel 1995 e si deve a Kimberly Young la stesura dei primi criteri diagnostici e la creazione del primo test di screening (1996), anche se ad oggi esiste codificata da criteri diagnostici precisi nel Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali (Dsm 5) solo la dipendenza da giochi online.

DIPENDENZA SENZA SOSTANZA MA CON BASE BIOLOGICA

Diversi autori, aggiunge, la inseriscono nel gruppo delle “dipendenze senza sostanza” nelle quali «la dipendenza si instaura per ciò che si fa e mentre lo si fa, e come tutte le dipendenze crea problemi nella vita sociale, lavorativa e personale, isolamento, così come alla sospensione dell’azione si possono evidenziare sintomi di astinenza». Ma quanto è diffuso questo fenomeno della dipendenza da internet secondo i criteri della Kimberley Young? «La presenza del disturbo nella popolazione generale è variabile tra un 1% ed il 19.8%, secondo i paesi, con una media europea intorno al 10%, mentre in Asia arriva al 20%», risponde la professoressa Viganò. Internet è disponibile ovunque in tutte le sue declinazioni, siamo a rischio tutti di dipenderne? «La letteratura internazionale è concorde nell’affermare che nel determinismo della dipendenza da Internet come in tutte le dipendenze esiste una vulnerabilità biologica di base. Infatti in queste persone i circuiti cerebrali coinvolti nel meccanismo della ricerca di ricompensa, della gratificazione e del piacere sembrano attivarsi in modo diverso rispetto a chi non sia predisposto. Su questa predisposizione biologica andrebbero poi ad agire fattori psicologici che portano all’uso della rete come unica dimensione comunicativa della propria realtà o come sistema compensatorio ad una realtà poco gratificante».

IL TRIONFO DEL NARCISISTA

Il ruolo dei social, soprattutto di quelli in cui è possibile postare immagini e selfie (Facebook, Instagram, Snapchat), sembra amplificare alcuni tratti di personalità tra cui il narcisismo. «In un recente studio il nostro gruppo di ricerca dell’Università di Milano insieme con il professor Roberto Truzoli e il gruppo del professore Phil Reed dell’Università di Swansea (Gran Bretagna), condotto con giovani tra i 18 ed i 34 anni, si conferma che l’uso dei social enfatizza la percezione, da parte delle persone con tratti narcisistici, di essere al centro dell’attenzione. Grazie alla mancanza di una censura reale in rete, queste persone possono presentarsi in modo grandioso e realizzare fantasie di onnipotenza, scollandosi sempre più dalla realtà e creando i presupposti perché i tratti narcisistici in alcuni casi arrivino a diventare un disturbo di personalità».

NELLA RETE ANCHE I CINQUANTENNI

«L’associazione tra uso patologico di internet e la depressione è attualmente riconosciuta da molti autori, sia come depressione primaria che facilita l'uso di internet che come dipendenza da internet che provoca depressione secondaria». Tuttavia il rischio non riguarderebbe soltanto i giovani, anche se sono necessari ulteriori studi. A tale riguardo un’altra ricerca è stata condotta presso il Centro per la diagnosi ed il Trattamento dei Disturbi Depressivi della Psichiatria 2 del Sacco (Asst Fatebenefratelli-Sacco) di Milano, dove arrivano solo persone con età superiore ai 18 anni. «Lì – spiega Viganò - si è potuto notare che circa il 10 per cento dei pazienti giunti in prima visita per depressione o ansia, sottoposti ad un test di screening specifico per l’uso problematico della rete, è risultato positivo, con punteggi di gravità maggiori nei più giovani ma con presenza della problematica anche nei soggetti over 50». Conclude la professoressa Caterina Viganò con questa raccomandazione ai colleghi: «Da questo come da altri studi si può trarre il suggerimento che in presenza di sintomi depressivi e di ansia, irritabilità, problemi nella vita sociale, anche nella popolazione adulta, è sempre utile che il medico o lo psicologo indaghino sulle modalità di uso di internet».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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