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Neuroscienze

Staminali embrionali umane per curare il Parkinson?

pubblicato il 07-11-2014
aggiornato il 07-02-2017

La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori europei guidati da Elena Cattaneo. Prospettiva anche per la terapia della corea di Huntington?

Staminali embrionali umane per curare il Parkinson?

La scoperta, al momento, si colloca nel filone di studi della ricerca di base. Ma se la traslazione delle conclusioni in ambito clinico è ancora poco definibile, le premesse sono sicuramente le migliori. Neuroni nuovi di zecca a partire da cellule staminali embrionali umane, su cui s’è spesso dibattuto anche per ragioni etiche. L’obiettivo è utilizzarli per rimpiazzare quelli danneggiati dalla malattia di Parkinson.

 

VERSO UNA SVOLTA?

La notizia arriva da uno studio pubblicato su Cell Stem Cell guidato da Malin Parmar, docente di neurobiologia rigenerativa e dello sviluppo all’Università di Lund in Svezia. Gli scienziati - membri dei consorzi Europei NeuroStemcell e NeuroStemcellRepair, coordinati da Elena Cattaneo, direttore del laboratorio di biologia delle cellule staminali  e farmacologia delle malattie neurodegenerative dell’Università di Milano - hanno ottenuto neuroni che producono dopamina - gli stessi che vanno incontro a degenerazione nei malati di Parkinson -, a partire da cellule staminali embrionali umane.

Li hanno poi trapiantati in topolini di laboratorio. E hanno, con sorpresa, constatato che erano in grado di connettersi alle altre cellule nervose del tessuto ospite, attraverso un’estesa rete di ramificazioni che raggiungevano le aree cerebrali bersaglio. «Si tratta di un risultato che ha richiesto tanti anni di ricerca - prosegue Parmar -. Speriamo adesso di poterlo affinare ulteriormente, fino a riuscire a produrre le cellule nel rispetto dei parametri necessari per l’utilizzo clinico».

 

Cellule staminali: scopri cosa sono. Scarica il Quaderno della Fondazione Veronesi

 

COOPERAZIONE EUROPEA?

La scoperta è il frutto di una collaborazione tra diversi laboratori europei. «Oggi lavoriamo in network, come se fossimo parte di un superlaboratorio transnazionale capace di aumentare la competitività europea e di vincere sfide di conoscenza e innovazione con gli altri continenti - spiega Cattaneo -. Capita che si preparino le cellule a Milano, poi si mettano in un incubatore portatile, si prenda quindi un aereo e poche ore dopo si atterri in Svezia o in Inghilterra dove verranno trapiantate. Lì ci sono gruppi forti nelle strategie di trapianto e allora ci mettiamo insieme. Così si guadagna tempo e qualità». Lo studio svedese potrebbe avere anche importanti ricadute nella comprensione di un’altra patologia neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta a disturbi cognitivi, la malattia di Huntington, che il gruppo della Cattaneo studia da tempo.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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