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Neuroscienze

Se la mente attiva ritarda i sintomi dell’Alzheimer

pubblicato il 08-04-2016
aggiornato il 26-05-2017

Quanto servono l’attività intellettiva e fisica per la salute della mente? I dati di uno studio su Neurology e i consigli di un esperto: ecco cosa possiamo fare per prevenire le demenze

Se la mente attiva ritarda i sintomi dell’Alzheimer

Tenere la mente e il fisico attivi ed in esercizio può ritardare la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer, ma non l’avanzare della malattia sottostante. Almeno per la maggior parte delle persone, infatti, i cambiamenti biologici nel cervello procedono indipendentemente dallo stile di vita. Lo afferma uno studio pubblicato su Neurology e guidato dal dottor Prashanthi Vemuri della Clinica Mayo di Rochester nel Minnesota. Nella ricerca i portatori del gene Apoe4, legato alla malattia di Alzheimer e diffuso nel venti per cento della popolazione, se hanno un minimo di quattordici anni di scolarità e si sono mantenuti mentalmente attivi nella mezza età mostrano agli esami di imaging livelli più bassi di placche amiloidi nei tessuti cerebrali (segni classici della malattia) rispetto a quanti hanno sì questo gene ed un’alta scolarità, ma non si sono conservati intellettualmente vivaci nella mezza età.


GUADAGNO DI CINQUE ANNI

Nel primo gruppo dei portatori di Apoe4 i livelli di amiloide in una persona di 79 anni sono paragonabili a quelli presenti in un altro portatore di 74 anni che però non si è mantenuto attivo nella mezza età. Un vantaggio, dunque, di ben cinque anni nelle manifestazioni fisiche di questa importante malattia, prodotto dallo stile di vita. Va detto che l’impegno fisico e mentale v coltivato indipendentemente dalle condizioni di predisposizione genetica, avverte Prashanti Vemuri. «La vivacità intellettuale continuata anche nella maturità non rallenta il processo anatomico patologico sottostante, però è evidenziato e provato che aiuta a rimandare il manifestarsi di problemi di memoria e di ragionamento. Vengono ritardati, dunque, i sintomi di declino cognitivo. Anche se non sappiamo attraverso quale meccanismo ciò avvenga».


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TRE TIPI DI DEMENZA

Metà dei malati di Alzheimer non sono portatori del gene Apoe4, il quale a sua volta è un fattore di rischio predisponente che tuttavia può rimanere inattivo. «Quel che più interessa il pubblico, è la demenza, che non è tutta Alzheimer», precisa Renzo Rozzini, direttore del dipartimento medico dell’Ospedale Poliambulanza di Brescia e specialista nei problemi dell’invecchiamento. «La demenza si manifesta con la perdita della memoria, disturbi del comportamento, il non riconoscere le persone e anche diventare ostili, fino all’incapacità di badare a se stessi. E può essere di tre tipi: malattia di Alzheimer, demenza vascolare, demenza da corpi di Lewy. Queste ultime due forme sono condizioni anatomiche, biologiche, che appaiono 3-4 anni prima di manifestarsi all’esterno con i sintomi della demenza. Del resto, è così per tutte le malattie croniche: anche l’artrosi è silenziosa prima di dare segni che possono andare fino all’invalidità. Ora, è vero: l’alta scolarità e il mantenersi partecipi sono in grado di ritardare l’emersione della malattia. Però una delle forme più frequenti è la demenza vascolare: la prevenzione che qui importa è, allora, quella che si fa per tutte le patologie cardiovascolari».


La scolarizzazione può ridurre i casi di malattia


CAMMINARE, LA MIGLIORE PREVENZIONE

Il dottor Rozzini riflette: «Noi parliamo sempre come fattore positivo dell’alto livello di studi compiuti e degli interessi intellettuali mantenuti, ma forse è più esatto dire che queste condizioni culturali hanno permesso di capire e di curarsi meglio». Tuttavia nella sua esperienza e per le ricerche seguite, Renzo Rozzini ha osservato che la migliore prevenzione dei disastri mentali da invecchiamento si ottiene con l’attività fisica costante. «Sì, leggere, studiare, usare il computer, ma se io esco a fare una camminata il paesaggio intorno, un pezzo sconnesso della pavimentazione, il rumore del traffico, la pioggia sui capelli: queste sono tutte stimolazioni diverse che arrivano alle diverse zone del cervello e lo mantengono allenato». Conclude col ricordo, divertito, di una vecchia ricerca: «A un gruppo di anziani si è insegnato per un anno a fare le parole incrociate, un altro gruppo è stato guidato a fare regolari camminate per un anno. La conclusione? Alla fine dell’anno, quelli del primo gruppo sapevano fare bene le parole incrociate. E basta».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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