Neuroscienze

Troppo rame nel sangue favorisce le demenze

pubblicato il 14-11-2013

Alla Cattolica di Milano esperti hanno spiegato la relazione tra rame e la perdita di memoria e come affrontare il problema, dovuto al minerale che, non veicolato normalmente, rimane libero nel sangue con un’azione tossica. Ecco come scoprirlo con un test e i modi per correggerlo

Troppo rame nel sangue favorisce le demenze

In attesa che si concludano nuovi studi sui farmaci per la malattia di Alzheimer, un gruppo di studiosi italiani lancia una sfida per tentare di arginare la piaga rappresentata dalle demenze. Sulla base di numerosi studi in tutto il mondo e di una metanalisi condotta dai ricercatori dell’Associazione Fatebenefratelli per la ricerca (AFaR) di Roma, si è mostrata  una probabile relazione tra il declino cognitivo e i livelli di rame libero presente nel sangue. La quantità eccessiva di questo metallo, che ingeriamo con l’alimentazione, ha effetti  tossici perché il rame supera la barriera ematoencefalica andando a depositarsi sui circuiti nervosi. 

GLI STUDI  - «L’eccesso di rame – spiega Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università Cattolica di Roma - può essere corretto con interventi terapeutici alimentari e con integratori allo zinco che saranno oggetto di studi clinici. Abbiamo compreso in parte come e perché il rame interagisce con le cellule nervose del cervello fino a compromettere l’aspetto cognitivo, ma per ora ci sembra una strada percorribile in un’ottica preventiva e terapeutica». La conferma viene anche da ricerche straniere. Uno studio epidemiologico americano, il Chicago study, condotto su oltre 3.000 partecipanti, ha dimostrato che una dieta ad alto contenuto di rame si associa ad un peggioramento dello stato cognitivo. Inoltre, una recente ricerca italiana pubblicata  dal NeuroMolecular Medicine, su  400 malati e 300 soggetti di controllo, ha dimostrato che varianti del gene ATP7B, collegato al rame “libero” nel sangue, aumentano il rischio di  Alzheimer. «L’ultimo nostro studio in via di pubblicazione  – dice Rosanna Squitti, neurobiologa dell’AFaR cui va riconosciuta la paternità della ricerca -  ha confrontato due gruppi di persone con lieve deficit cognitivo e, a 4 anni di distanza, il 50% dei malati con più alto valore di rame si è ammalato di demenza, mentre nel gruppo con valore di rame normale l’incidenza dalla malattia ha riguardato soltanto il 20%».

Il TEST - Per chi rischia di soffrire di demenza (ora nel mondo sono 35 milioni, il 70% dei quali colpiti dalla malattia di Alzheimer) si è aperta una breccia di speranza, grazie all’impegno dei ricercatori italiani, che hanno permesso a una società di biomedicina, una start up collegata all’università di Bari,la possibilità di realizzare un test in grado di quantificare il livello di rame “cattivo” nell’organismo, con un prelievo di sangue. L’apparecchio è già utilizzato al Gemelli di Roma ed in via di attivazione altri centri italiani, in forma privata.

PERCHE’ IL RAME – Negli ultimi 10 anni le industrie farmaceutiche si sono impegnate prendendo a riferimento il ruolo dell’acetilcolina e poi della betamiloide, preparando una batteria di farmaci neuro mediatori, ma con una efficacia soltanto sintomatica e rischi per reazioni avverse al farmaco.  La ricerca, quindi, ha preso altre direzioni tra cui quella dei metalli pesanti, dal ferro allo zinco e dall’alluminio al rame, con particolare attenzione per quest’ultimo. Il rame è presente nell'acqua, in alcuni integratori e in molti alimenti (qui la tabella del Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, già Inran). I dati vanno interpretati con cautela, dato che il rame è un elemento essenziale per la vita, interviene in numerosi processi fisiologici della cellula, come la produzione di energia, il trasporto dell’ossigeno e del ferro, la produzione di cellule del sangue, la comunicazione tra cellule. 

Edoardo Stucchi


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