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Oncologia

Nuovi dati: i noduli della tiroide fanno meno paura

pubblicato il 30-03-2015
aggiornato il 11-07-2017

Uno studio italiano ritrae un quadro confortante: i noduli che degenerano in tumore maligno sono pochissimi, anche fra quelli che aumentano di volume

Nuovi dati: i noduli della tiroide fanno meno paura

Sono spesso asintomatici. Di rado evolvono in un tumore. Ma al momento del loro riscontro, i pazienti trasecolano. I noduli della tiroide sono diffusi, soprattutto nelle donne e con il passare degli anni. Nel 95% sono di origine benigna, ma per gli specialisti è difficile convincere il paziente che il rischio di un’evoluzione neoplastica è piuttosto basso.  

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VERSO LA DIAGNOSI

La patologia ha un’origine eterogenea, anche se sempre più spesso gli esperti fanno riferimento al deficit di iodio sulle nostre tavole. Ciò su cui si dibatte, invece, è la gestione della malattia nel corso del tempo. L’importanza clinica dei noduli tiroidei riguarda la necessità di escludere la presenza di carcinomi, riscontrati in una minoranza dei casi (5-15%), tenendo conto anche della familiarità e dell’esposizione a radiazioni ionizzanti. Al momento non esistono delle linee guida per la gestione dei noduli definiti benigni dopo una serie di accertamenti: dal dosaggio di alcuni valori nel sangue (gli ormoni Tsh, T3, T4 e calcitonina e gli anticorpi Tca e Tpo) all’ecografia della tiroide, con il ricorso alla scintigrafia (da escludere durante la gravidanza) e all’ago aspirato necessario soltanto se l’ecografia segnala la presenza di un nodulo senza definirne le caratteristiche e il grado di attività. Oggi il follow-up consiste in frequenti ecografie, seguite da un prelievo di tessuto se il nodulo risulta ingrossato.  

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QUALE FOLLOW-UP?

Su come sia più efficace seguire nel tempo questi pazienti si dibatte da qualche anno. Meglio serrare le fila o alleggerire l’iter dei controlli? Secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of the American Medical Association, probabilmente è giunta l’ora di allentare un po’ la presa. Dopo aver seguito per cinque anni, con ecografie annuali, quasi mille pazienti con noduli tiroidei benigni asintomatici (almeno uno e non più di quattro), i medici hanno osservato che soltanto in pochi casi si erano avute variazioni di volume (174 su 1567 noduli).

Rare anche le successive diagnosi di cancro (appena in cinque casi). «Il miglioramento della capacità di scoprire noduli di piccole dimensioni ha aumentato il riscontro di noduli tiroidei asintomatici», hanno affermato i ricercatori italiani guidati da Sebastiano Filetti, ordinario di medicina interna all’Università Sapienza di Roma. Soltanto due dei cinque tumori sviluppati da un nodulo benigno erano stati preceduti da un aumento di volume. Nella maggior parte dei casi la crescita non era stata accompagnata da un’evoluzione neoplastica della massa. Infine la maggior parte dei pazienti asintomatici non aveva visto ingrandire i propri noduli benigni a cinque anni dalla diagnosi.

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VERSO LA SORVEGLIANZA ATTIVA?

Le conclusioni della ricerca smontano una tesi finora piuttosto condivisa: ovvero la crescita del nodulo come fattore predittivo della sua malignità. Considerato anche il basso riscontro di falsi negativi, il consiglio è quello di seguire il percorso della sorveglianza attiva, già utilizzata al cospetto di altri tumori. Prima scelta, quando possibile: l’adozione di una strategia conservativa, con un ridotto ricorso all’ago aspirato (in fase diagnostica) e alla terapia radio metabolica, indicata per le neoplasie avanzate o più aggressive. «Se un nodulo risulta benigno all’ecografia e alla citologia, è molto probabile che rimanga tale nel corso del follow-up, pur crescendo», afferma Filetti. «La strategia di sorveglianza deve essere disegnata in maniera individuale, sulla base dell’aspetto ecografico di un nodulo», ha scritto Anne Coppola, associato di medicina interna all’università della Pennsylvania, in un editoriale pubblicato sulla stessa rivista.

 

 

QUALI TRATTAMENTI?

Le opzioni disponibili contro i noduli alla tiroide sono rappresentate dalla terapia con L-tiroxina, quella radiometabolica e la chirurgia. L’aumento di ormone tiroideo in circola porta a una riduzione della sintesi del Tsh, prodotto dall’ipofisi per stimolare la tiroide. Di conseguenza si riduce il volume dei noduli, sebbene l’effetto svanisca all’interruzione della terapia. Il ricorso agli isotopi radioattivi dello iodio, utilizzato per curare le forme di ipotiroidismo, avviene invece più spesso nei pazienti anziani, cui si sconsiglia l’intervento chirurgico. L’ipotesi, però, è poco considerata in Europa (tranne Danimarca e Olanda) e negli Stati Uniti, per la scarsa conoscenza degli effetti sulla salute a lungo termine. L’asportazione è infine consigliata soltanto se il nodulo è maligno, se supera i tre centimetri o se comunque provoca un senso di soffocamento e difficoltà nella deglutizione. Sperimentali, per il momento, i trattamenti di alcolizzazione percutanea e termoablazione.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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