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Oncologia

Perché gli oncologi di tutto il mondo da Chicago lanciano l'«allarme obesità»?

pubblicato il 08-06-2015
aggiornato il 21-02-2017

Risponde Stefania Gori, segretario nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica e direttore dell’Oncologia al Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar (Verona)

Perché gli oncologi di tutto il mondo da Chicago lanciano l'«allarme obesità»?

Risponde Stefania Gori, segretario nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica e direttore dell’Oncologia al Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar (Verona)

«L’obesità, insieme al diabete, rappresenta la più grande minaccia alla salute del pianeta negli anni a venire. Dal 1980 ad oggi i tassi di obesità sono raddoppiati nel mondo: sono oltre mezzo miliardo le persone obese e 1,5 miliardi quelle sovrappeso. In Italia 1 persona su 2 è obesa o in sovrappeso. Se fino a ieri l’emergenza mondiale era la mancanza di alimenti a sufficienza in molti Paesi poveri, oggi a questo dramma si aggiunge il paradosso del pericolo per la salute rappresentato dal troppo cibo. L’obesità, oltre che essere fattore di rischio per diabete, malattie coronariche, ictus, ipertensione arteriosa, rappresenta anche un fattore che favorisce lo sviluppo di alcune forme tumorali, quali il carcinoma dell’endometrio, carcinoma del colon-retto, dell’esofago, del pancreas, della mammella in donne in postmenopausa. Negli Stati Uniti si è stimato che nel 2007 il 4 per cento dei tumori negli uomini e il 7 per cento nelle donne era dovuto all’obesità. Tenendo presente che esiste un trend in aumento della percentuale di adulti obesi, si prevede un aumento delle neoplasie legate a questa condizione nei prossimi 15 anni. Neoplasie «potenzialmente evitabili» se si riuscisse a incidere sugli stili di vita scorretti della popolazione. Ma c’è di più. Nei pazienti che si ammalano di tumore l’obesità è inoltre associata ad un aumentato rischio di morte per cancro. E alcuni studi hanno evidenziato come persone obese o in sovrappeso trattate inizialmente per una neoplasia vanno incontro a maggiori probabilità di ripresa del tumore rispetto a soggetti normopeso».

Tra le associazioni più studiate e per le quali si dispone di maggiori informazioni c’è quella fra obesità e carcinoma mammario in donne in postmenopausa. Quali sono i possibili meccanismi che possono spiegare questa “relazione pericolosa”?
«I numeri lo dimostrano senza ombra di dubbio: nelle donne in postmenopausa obese è aumentato il rischio di carcinoma mammario. Ciò potrebbe essere la conseguenza dell’aumentato livello plasmatico di estrogeni circolanti. Dopo la menopausa, infatti, quando cessa la produzione di estrogeni a livello ovarico, il tessuto adiposo diventa la sede più importante di sintesi degli estrogeni. L’eccesso di tessuto adiposo nelle donne obese in postmenopausa determina un eccesso di estrogeni  con eccessivo stimolo sulla ghiandola mammaria. Il discorso è comunque molto più complesso. L’elevato consumo di alcol e grassi animali e il basso contenuto di fibre vegetali sembrerebbero essere fattori associati ad un aumentato rischio di carcinoma mammario. Stanno inoltre assumendo importanza la dieta e quei comportamentali che conducono all’insorgenza di obesità e di sindrome metabolica».

Il problema dei chili di troppo non è limitato agli obesi. In realtà gli esperti parlano in toni sempre più preoccupanti di sindrome metabolica…
«La sindrome metabolica è caratterizzata dalla presenza di almeno di tre dei seguenti fattori: obesità addominale, alterato metabolismo glicidico (diabete o prediabete), elevati livelli dei lipidi (colesterolo e/o trigliceridi) e ipertensione arteriosa. Ora sappiamo con certezza che aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ma anche di carcinoma mammario. Si suppone che nei soggetti con sindrome metabolica esista una resistenza all’insulina a cui l’organismo reagisce aumentando i livelli di insulina. L’insulina agisce sul recettore di membrana del fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1R), attivando le vie del segnale intracellulare fondamentali per la crescita neoplastica. La sindrome metabolica poggia su una predisposizione genetica, ma al suo sviluppo contribuiscono in maniera chiara stili di vita basati su scarsa attività fisica e diete ipercaloriche, ricche di grassi e carboidrati semplici. Ne consegue che agendo  su questi fattori di rischio modificabili attraverso una regolare attività fisica quotidiana abbinata ad una dieta equilibrata (tipo mediterranea), si potrebbe ridurre il rischio di sviluppo di carcinoma mammario migliorando l’assetto metabolico e ormonale della donna».

Il sovrappeso è davvero un problema anche dopo le cure per cancro?
«Ancora una volta le informazioni più dettagliate riguardano donne con tumore al seno, che del resto rappresenta la neoplasia più frequentemente diagnosticata nel sesso femminile in Italia, con circa 48mila nuovi casi nel 2014. I progressi diagnostico-terapeutici hanno determinato un aumento della sopravvivenza a 5 anni (dal 78% per le donne ammalatesi negli anni 1990-92 all’87%  per le donne che si sono ammalate negli anni 2005-2007). Così oggi oltre 500mila donne in Italia vivono dopo aver avuto una diagnosi di carcinoma mammario. Dopo le cure, nella maggioranza di loro si assiste ad un aumento del peso corporeo, con perdita di massa magra e accrescimento di tessuto adiposo. Questo accade soprattutto nelle donne in premenopausa alla diagnosi, in quelle che passano per effetto del trattamento dallo stato pre-menopausale allo stato post-menopausale, nelle donne con bassi livelli di attività fisica, in quelle sottoposte a trattamenti chemioterapici di lunga durata o trattate con determinati farmaci (inibitori dell’aromatasi). Non conosciamo i meccanismi che portano alla riduzione di massa magra e all’aumento di tessuto adiposo in queste donne, ma sappiamo che questa situazione si correla a malattie cardiovascolari e a sindrome metabolica. E che l’essere sovrappeso fa lievitare le possibilità di una recidiva».

L’esercizio fisico può aiutare?
«Moltissimo. Gli esperti statunitensi lo hanno ricordato più volte: diversi studi su vasti numeri di pazienti hanno dimostrato che un’attività fisica dopo il cancro è associata ad un ridotto rischio di ripresa di tumore e a una ridotta mortalità per cancro tra i soggetti con diagnosi di vari tipi di tumore. E anche tra le donne con diagnosi di carcinoma mammario. Non a caso dal 2012 le linee guida dell’American Cancer Society raccomandano un controllo del peso corporeo, l’adozione di attività fisica (almeno 30 minuti di attività fisica di moderata intensità per 6 giorni alla settimana), una dieta salutare (di tipo mediterraneo), limitata assunzione di alcol per ridurre il rischio di morte per cancro e per malattie cardiovascolari. Altre ricerche hanno poi documentato che una regolare attività fisica si associa a un ridotto rischio di sviluppo di carcinoma».

Cosa bisogna fare in pratica per limitare le probabilità di ammalarsi di cancro?

«È importante che un adulto sano mantenga un adeguato peso corporeo, segua una dieta alimentare di tipo mediterraneo, limiti l’assunzione di bevande alcoliche, svolga un’attività fisica costante al fine di ridurre il rischio di sviluppo di obesità e sindrome metabolica e di ridurre quindi il rischio di sviluppo di vari tipi di tumore, primo fra tutti il carcinoma mammario. Seguire queste regole per le persone che sono già state trattate per un tumore contribuisce poi a ridurre il rischio di ricomparsa della malattia e a migliorare in generale la qualità di vita, riducendo il rischio di complicanze che spesso i chili in eccesso comportano».

Vera Martinella
Vera Martinella

Laureata in Storia, dopo un master in comunicazione, inizia a lavorare come giornalista, online ancor prima che su carta. Dal 2003 cura Sportello Cancro, sezione dedicata all'oncologia sul sito del Corriere della Sera, nata quello stesso anno in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi.


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