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Oncologia
Paola Scaccabarozzi

Spezzare i tabù: parliamo del dolore dei malati di tumore e di suicidio

pubblicato il 13-04-2022

Suicidio e malattia oncologica: un tema difficile e doloroso, ma di cui bisogna parlare per capire, aiutare e prevenire ove possibile

Spezzare i tabù: parliamo del dolore dei malati di tumore e di suicidio

Di suicidio si parla poco. È un argomento talmente complesso, inquietante e difficile da affrontare che desta una comprensibile diffidenza. Ancora più tabù della morte per tutti i suoi annessi e connessi a cui ci si avvicina con fatica, pudore e riserbo; il suicidio connesso alla malattia è stato comunque l’oggetto di numerosi studi scientifici, a cominciare da quelli sul cancro.

 

 

LO STUDIO SU RISCHIO DI SUICIDIO E CANCRO 

E, come emerso da una recente ricerca pubblicata online su Nature Medicine a fine marzo, nonostante i progressi nella cura del cancro degli ultimi decenni, i pazienti oncologici hanno un rischio più elevato di suicidio rispetto alla popolazione generale. Lo studio, condotto da Michael Heinrich e colleghi dell’Università di Ratisbona, ha messo insieme articoli rilevanti sull’argomento pubblicati su database scientifici come EMBASE, MEDLINE, PsycINFO, Web of Science, CINAHL e Google Scholar fino a febbraio 2021. È stata eseguita una revisione sistematica che includeva 62 studi e 46.952.813 pazienti. Per evitare la sovrapposizione del campione di pazienti, la meta-analisi è stata eseguita su 28 studi, che hanno coinvolto in totale 22.407.690 pazienti malati di tumore. Da ciò è emerso che la mortalità per suicidio era significativamente aumentata rispetto alla popolazione generale. Il rischio era fortemente correlato alla prognosi del cancro, allo stadio del tumore, al tempo trascorso dalla diagnosi e alla regione geografica. Ma al di là dei dati statistici che, vista la delicatezza della tematica, non ha senso elencare nel dettaglio, il dato da tenere presente è proprio l’aumento dei suicidi nei pazienti oncologici.

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TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

 

MALATTIA E SUICIDIO, UN NESSO ANTICO

Il commento di Carlo Alfredo Clerici, professore associato di Psicologia clinica presso il Dipartimento Oncologia e emato-oncologia dell’Università Statale di Milano: . «Che la malattia sia da sempre una causa di un rischio aumentato di suicidio - spiega Clerici - è noto da tempo. I dati ISTAT, che sono stati raccolti nel corso degli anni nel nostro paese, non lasciano dubbi a questo riguardo. Ovviamente poi il suicidio è un fenomeno molto complesso e la malattia, seppur costituisca una riconosciuta aggravante, non è chiaramente l’unica causa. Una diagnosi di tumore e la convivenza con il cancro possono innescare infatti meccanismi psicologici diversi che vanno dalla depressione alla percezione di una profonda solitudine esistenziale, dalla sofferenza fisica alla fragilità psicologica che si innesca su un dolore del corpo, talvolta, mal gestito».

 

SERVONO SERVIZI PER LA SALUTE MENTALE

«Fondamentale dunque l’opera del medico palliativista che deve garantire la miglior qualità di vita possibile e indispensabile il supporto psicologico nelle varie fasi della malattia. E la pandemia ha acuito le difficoltà del prendersi cura in toto della persona perché ha aumentato le distanze fisiche, ha messo in rilievo alcune fragilità del Sistema Sanitario e ha reso più problematico il funzionamento di alcuni servizi, compresi quelli di tipo psicologico e psichiatrico. I servizi di Salute mentale, che andrebbero rinforzati, sono al contrario in questi tempi, in sofferenza. Il malato grave, che deve fare i conti con una prognosi infausta deve necessariamente avere, oltre che un supporto di cura in senso stretto in relazione alla sua patologia, una terapia in grado di supportarlo psicologicamente».

 

ASCOLTO, RELAZIONE ED EVENTUALE SUPPORTO FARMACOLOGICO

«Prendersi cura, significa, ascoltare, mantenere una relazione con il malato e donargli la speranza del quotidiano che non significa illusione» afferma Clerici che ha affrontato ampiamente la tematica nel suo recente libro La spiritualità nella cura. Dialoghi tra clinica, psicologia e pastorale, scritto a quattro mani con don Tullio Proserpio (Ed. San Paolo). «Vuol dire fornire al malato le piccole speranze di un dolore che passa e che viene tenuto a bada. È il medico che, anche se non può più fare nulla dal punto di vista terapeutico, continua a curare con la sua presenza. Va comunque a trovare il malato, lo assiste non dimenticandosi della sua esistenza. È lo psichiatra che cura la depressione anche attraverso l’utilizzo di un farmaco, qualora sia necessario».

 

IL DOLORE “IMPOSSIBILE” E LA MANCANZA DI SENSO

«Se definire il suicidio è estremamente complicato, in alcuni casi resta un atto esistenziale di autodeterminazione che, anche se molto faticoso da accettare per chi resta, va comunque rispettato» prosegue Clerici. «Talvolta invece, tra le tante componenti che spingono a questo atto estremo, c’è il dolore fisico, che diventa insopportabile perché magari gestito in modo improprio. In questi casi è fondamentale mettere in atto tutti i meccanismi possibili per lenire la sofferenza del corpo. È quindi nuovamente fondamentale il supporto delle cure palliative che possono cambiare radicalmente l’ottica del malato. Quando invece sono la solitudine profonda e la mancanza di relazione a determinare un dolore psichico che porta al rischio di suicidio, bisogna investire con cuore, passione, ingegno e creatività su una relazione (da parte del medico, ma anche del familiare o dell’amico) che possa offrire un supporto alla ricerca di senso alla vita di chi sta male».

 

LA GRAVITÀ DELLA DIAGNOSI E LA PROSPETTIVA INDIVIDUALE

«Non sempre è detto - prosegue Clerici - che a una prognosi più grave debba necessariamente corrispondere una reazione più negativa da parte del singolo individuo in relazione al suo personalissimo approccio nei confronti della vita. Anche i momenti di transizione come quello verso la fase in cui non c’è più la speranza della guarigione e il tempo che rimane da vivere è molto limitato, possono essere istanti molto ricchi, anzi i momenti in cui la propria vita assume un significato più profondo. Sono i momenti in cui la memoria, il ricordo, la dignità dell’essere umano diventano fondamentali e in cui acquistano un significato incisivo, mai avuto prima. Sono i momenti in cui le proprie risorse interne (di cui magari non si era neppure a conoscenza) riaffiorano e ci si riesce, così, a distrarre dal solo corpo dolente e malato per valorizzare ciò che si è e il senso fondante della propria esistenza».

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Paola Scaccabarozzi
Paola Scaccabarozzi

Giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano, con specializzazione all'Università Cattolica in Materie Umanistiche, ha seguito corsi di giornalismo medico scientifico e giornalismo di inchiesta accreditati dall'Ordine Giornalisti della Lombardia. Ha scritto: Quando un figlio si ammala e, con Claudio Mencacci, Viaggio nella depressione, editi da Franco Angeli. Collabora con diverse testate nazionali ed estere.   


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