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Oncologia

Tumore della prostata: la diagnosi precoce salva la vita

pubblicato il 12-10-2016
aggiornato il 11-07-2017

Una ricerca dell’Istituto Tumori di Milano evidenza come le vittime del tumore della prostata continuano a calare, anche se i casi aumentano

Tumore della prostata: la diagnosi precoce salva la vita

Sempre più diagnosi. Ma anche sempre più trattamenti. È questa l’istantanea italiana del tumore della prostata, scattata in due diversi periodi - dal 1996 al 1999 e dal 2005 al 2007 - dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Cancer, ha evidenziato come la sopravvivenza rispetto al più diffuso tumore maschile sia in aumento: a prescindere dal grado di gravità della malattia. Merito di una diagnosi che è sempre più precoce. La sfida ora però è evitare i trattamenti inutili, per malattie diagnosticate, ma che non arriverebbero mai a mettere a rischio la vita del paziente.

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I MERITI DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Con trentacinquemila nuovi casi, il tumore della prostata sarà il più diagnosticato tra gli uomini anche nel 2016. Questo è quanto descritto nell’ultimo volume de «I numeri del cancro in Italia», la guida redatta ogni anno dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e dall’Associazione Italiana Registro Tumori (Airtum). Ma nonostante l’elevata diffusione, i tassi di guarigione sono soddisfacenti. Un po’ come accade con il tumore al seno tra le donne, a cinque anni dalla diagnosi è vivo quasi l’89 per cento degli uomini colpiti dalla malattia. Il merito è da ascrivere alla diagnosi precoce, oltre che alle evoluzioni terapeutiche.

 


L’EFFETTO PSA 

Il progressivo ingresso nella pratica clinica del dosaggio dell’antigene prostatico specifico (Psa) ha favorito l’identificazione di un maggior numero di tumori in fase iniziale, che in realtà risultano presenti in forma latente già negli over 50 (15-30 per cento) e in misura maggiore negli ultraottantenni (in circa il 70 per cento dei casi). Rispetto al passato, dunque, si diagnosticano più neoplasie della prostata. Il che non vuol dire però che oggi ci si ammali (incidenza) o si muoia (mortalità) con maggiore facilità. «La diagnosi precoce è alla base del calo della mortalità che osserviamo per il tumore della prostata», afferma Riccardo Valdagni, direttore dell’unità di radioterapia oncologica 1 e direttore del Programma prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori. Conclusioni a cui l’esperto giunge commentando lo studio presentato, basato sui dati raccolti in due distinti periodi da otto registri tumori (Ragusa, Napoli, Latina, Genova, Reggio Emilia, Trento, Varese e Bolzano).


 


IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA 

Il confronto evidenzia un aumento dei pazienti giunti alla diagnosi con un tumore alla prostata con una classe di rischio bassa, una riduzione dei casi di malattia diagnosticati in fase tardiva (classe di rischio alta o metastatica) e un miglioramento complessivo della sopravvivenza nei gruppi ad alto rischio. La fotografia mette inoltre in risalto un diverso approccio di cura a seconda della fascia d’età dei pazienti. Tra il 2005 e il 2007 - periodo a cui fa riferimento un maggiore uso del dosaggio del Psa - sono stati effettuati più interventi invasivi tra gli uomini con meno di settant’anni, mentre s’è fatto un minor ricorso rispetto al passato alla chirurgia nei pazienti over 75. Ciò vuol dire che esiste il rischio di un eccessivo trattamento (chirurgia e radioterapia) dei pazienti a basso rischio e di una maggiore trascuratezza di quelli più anziani. «Questo è il rovescio della medaglia, che porta talvolta porta a trattare in maniera eccessiva pazienti che hanno una malattia indolente - prosegue Valdagni -. L’obiettivo è ridurre il trattamento dei tumori indolenti, anche ricorrendo alla sorveglianza attiva. Tra i vantaggi, in questo senso, ci sarebbe anche una riduzione degli effetti collaterali per i pazienti (incontinenza e disfunzione erettile, ndr)».


Tumore della prostata: quello che gli uomini non dicono

 

PSA: SI’ O NO?

Il discorso rimanda all’utilità in chiave diagnostica dell’antigene prostatico specifico. Negli Stati Uniti, su input dell’American Urological Association e dell’American Cancer Society, il suo dosaggio oggi è usato in maniera diffusa per lo screening di popolazione. In Italia, come in molti altri Paesi europei, no. Perché? Nonostante l’impiego del test evidenzi una netta riduzione della mortalità per il tumore della prostata, è necessario considerare l’aumento del rischio legato all’eccesso diagnostico. Facendo la tara tra rischi e opportunità, dunque, i risultati non sono al momento considerati sufficienti a giustificare un’attività di screening sulla popolazione. «Stiamo lavorando per identificare nuovi biomarker diagnostici che possano permetterci di dare ancora più spazio alla sorveglianza attiva», aggiunge Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’istituto Nazionale dei Tumori. Sì o no dunque al dosaggio del Psa? «Sì, a patto che i risultati vengano correttamente interpretati da una equipe multidisciplinare - chiosa Nicola Nicolai, responsabile della struttura semplice di chirurgia del testicolo e vicedirettore della Prostate Unit -. È inutile allarmarsi basandosi soltanto sull’esito del dosaggio del Psa. In determinate situazioni cliniche non è necessario intervenire subito in modo radicale, ma è consigliabile sottoporre il paziente a un percorso di monitoraggio del tumore, se questo è definito a basso o molto basso rischio di progressione».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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