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Pediatria
Donatella Barus

Identikit cicogna: come si nasce in Italia?

pubblicato il 10-12-2021


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Dall'ultimo rapporto Cedap: fotografia dei nuovi nati in Italia, delle neomadri e dei luoghi dove si partorisce

Identikit cicogna: come si nasce in Italia?

Ogni anno sono sempre meno, ma vedono la luce soprattutto in grandi ospedali pubblici, da mamme over 30, istruite e lavoratrici. Sono i nuovi nati in Italia, fotografati dal rapporto Cedap (Certificato di assistenza al parto) 2020.

 

SEMPRE DI MENO

Lo dice anche l’Istat: siamo sempre di meno, 335.000 persone in meno nel saldo fra chi nasce e chi muore, non succedeva dall’epoca dell’influenza spagnola, nel 1918. E anche il rapporto Cedap 2020 conferma il trend in calo per la natalità nel nostro paese, con un tasso di fecondità di 1,24 figli per donna. Rispetto a dieci anni fa (quando ci si attestava su 1,46 figli per donna) si è assistito a un calo della fecondità anche fra le donne straniere immigrate, che prima invece sostenevano il dato. La fecondità più elevata si è registrata nella Province di Bolzano e di Trento, in Sicilia, Campania, Veneto; quella più bassa in Sardegna e Molise.

 

LA MORTALITÀ NEONATALE E PERINATALE

L’Italia si conferma uno dei paesi dove nascere è più sicuro, con il dato sulla mortalità neonatale (entro il primo mese di vita) ed infantile (entro un anno) in costante calo da decenni. Nel 2018 il dato sulla mortalità infantile è di 2,88 bambini ogni mille nati vivi, vent’anni prima era il doppio. Nel 2020, però, oltre mille bambini non hanno visto la luce; sono nati morti. Le cause più comuni sono state problemi fetali e placentari, ipossia intrauterina e asfissia alla nascita, complicazioni del cordone ombelicale e delle membrane, aritmie cardiache, problemi relativi a prematurità e basso peso alla nascita.

 

DOVE SI NASCE?

La gran maggioranza dei parti (88,2 per cento) avviene in ospedali pubblici o equiparati. In genere sono ospedali grandi, in cui i fiocchi azzurri o rosa sono almeno 1.000 l’anno, in un terzo dei casi sono ospedali da almeno 500 parti l’anno, mentre i piccoli punti nascita accolgono appena 7 nuovi nati su cento. Poco più di 11 parti su cento avviene in case di cura, mentre resta una rarità il parto in casa o in altre strutture (due su mille), praticato soprattutto nel Nordest (oltre 11 parti su mille a Bolzano, 8 a Trento, 4 o 5 in Veneto e Friuli Venezia Giulia), in Emilia Romagna (4,7 su mille), in Liguria (3 su mille).

 

TIN E NEONATOLOGIA: CI SONO QUANDO SERVONO?

Importante anche la considerazione della presenza di Unità di Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e Unità Operative di Neonatologia (UON). Dei 419 punti nascita inclusi, 121 hanno unità TIN (quasi tutte negli ospedali da almeno mille parti) e 227 hanno la neonatologia. Come sottolineano gli autori del rapporto, infatti «L’accesso alla terapia intensiva per i neonati estremamente pre-termine e molto pre-termine è determinante per la sopravvivenza e la futura qualità della vita del bambino», così come per i parti complicati. Nei punti nascita con meno di 500 parti e senza la presenza di Neonatologia e/o TIN si contano il 2,3 per cento di parti pre-termine (fra le 22 e le 36 settimane di gestazione).

 

LE NEOMAMME

E chi sono le neomamme? Donne sopra i trenta (l’età media è di 33 anni), diplomate o laureate (43 e 33 per cento), lavoratrici nel 65 per cento dei casi. Due su dieci sono cittadine straniere, mediamente più giovani e meno occupate. Ci sono anche dati interessanti sul periodo della gravidanza.

 

I CONTROLLI? QUASI SEMPRE ECCESSIVI

Le donne che effettuano controlli mancati o tardivi sono poche (2,2 su cento), accade più di frequente fra le donne straniere, le ragazze al di sotto dei vent’anni o le donne con scolarità medio-bassa. Al contrario, si registra un ricorso a visite ed ecografie superiore a quelle raccomandate dai protocolli di assistenza alla gravidanza del Ministero della Salute e non sempre giustificato dalle evidenze scientifiche: a fronte delle 3 ecografie raccomandate, in media le future madri in Italia ne fanno 5,5 per ogni parto (con ampie differenze dalle 4 ecografie in Piemonte e in Trentino Alto Adige alle oltre 7 in Sardegna, Basilicata e Calabria).

 

IL PARTO

Ed eccoci al momento clou. Quasi sempre le partorienti hanno accanto i loro compagni, il padre del bambino (nel 94 per cento dei casi). Diverso è il caso del parto cesareo, modalità con cui viene al mondo il 31 per cento dei nuovi nati. Un dato ancora troppo alto rispetto alle linee guida nazionali e internazionali, eppure in lento e costante calo. Non ovunque, però: nelle strutture private si va in sala operatoria in più del 45 per cento dei parti, e in misura sproporzionatamente elevata in alcune regioni (Campania, 50 per cento) rispetto ad altre (Trento, Friuli Venezia Giulia, Toscana tutti intorno al 20 per cento). Nei centri pubblici ci si attesta sul 29 per cento dei parti cesarei e sono anche i centri in cui si offre la possibilità di un parto vaginale dopo un precedente cesareo.

 

I NEONATI

E una volta nati? L’88 per cento pesa fra i 2,5 e i quattro chilogrammi e sono perlopiù in ottima salute: solo lo 0,7 per cento dei neonati ha un basso punteggio Apgar, l’indice che valuta attività cardiaca, attività respiratoria, tono muscolare, reattività agli stimoli e colorito cutaneo.  Infine, sappiamo che oltre il tre per cento dei nuovi nati si deve all’aiuto della medicina: nascono dopo gravidanze ottenute grazie a procreazione assistita, prevalentemente Fivet o Icsi. Solo nel 2020, oltre 12.800 bambine e bambini che altrimenti non ci sarebbero.

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il Magazine della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (BUR Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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