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Non si piange sull'alcol versato

I casi di coma etilico tra i giovani non si contano più. Nelle scuole serve fare educazione alla salute

Non si piange sull'alcol versato

Dall’inizio dell’anno sono già decine i giovani che sono saliti al triste e grottesco onore delle cronache come vittime della loro stessa pessima interpretazione della «libertà» di bere. Intossicazione alcolica, coma etilico, pronto soccorso, incidente sono le parole ricorrenti delle notizie che troppo spesso associano adolescenti, minori, giovani nel tristemente noto bollettino del fine settimana. Bollettino verso il quale pare che tanto le persone quanto le istituzioni abbiano sviluppato la reazione tipica della routine in cui tutto viene affrontato con una parvenza di indignazione a cui poi, con estrema rapidità e superficialità, fanno seguito rassegnazione e disincanto. Laura, al Liceo Russel di Roma, purtroppo non è e non sarà l’ultima della serie almeno sino a quando gli adulti, le agenzie educative scuola e famiglia e le stesse istituzioni non si attiveranno con determinazione per sottrarre i giovani al mercato e alla pseudo-cultura dell’alcol e del bere a tutti i costi.

Dopo anni di interventi nelle scuole d’Italia posso affermare che non mi stupisce che nel corso di una giornata o una settimana di autogestione si possano far entrare e circolare nelle scuole sostanze di qualunque tipo, tra le quali l’alcol è veramente quello più semplice da reperire e consumare. Quanti gridano allo scandalo non conoscono - o vogliono far finta di non conoscere - le realtà, le dimensioni, i contesti in cui certi istituti scolastici, ogni giorno, dinamiche ai confini dell’illecito si sviluppano, spesso trovando terreno fertile nella normalizzazione o nel cosiddetto «quieto vivere» da parte degli adulti di riferimento, nell’assenza di vigilanza almeno tanto quanto in certe famiglie in cui si abilita e si favorisce, per esempio, il consumo di quelle bevande alcoliche che è libero di svilupparsi incondizionatamente verso usi e modelli del bere «felici»: come promettono gli happy hour, secondo un modello a basso costo improntato all’intossicazione certa.


Dal 1999, dal mio rientro a Roma dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di Copenaghen e dall’esperienza organizzativa della Conferenza Ministeriale Europea sui Giovani e l’Alcol, che parlo di binge drinking, ovvero del bere per ubriacarsi, come della modalità paradigmatica del danno oggi riconosciuto come permanente allo sviluppo cognitivo del minore e come fenomeno culturale che non trova adeguato contrasto nella società per pure e semplici logiche di convenienza, che vanno a incidere sulla salute e la sicurezza dei nostri ragazzi. Non è un caso, d'altra parte, che in Italia l'alcol rappresenti la prima causa di morte tra i giovani sino ai 24 anni. Il problema era chiaro nel 2000 e lo è ancora oggi: a dimostrazione del fatto che, nonostante la prevenzione e la sensibilizzazione, i giovani restano  ancora l’obiettivo negletto della prevenzione vera e multidimensionale. Ovvero quella che nessuno vuole fare per via degli interessi che va a toccare, quella sostanziale dell’alcol nelle altre politiche che potrebbe anche solo limitarsi a privilegiare iniziative di settore, sanitarie, d’identificazione precoce che sono invece carenti e ben lontane dal ricevere le attenzioni e godere degli investimenti in grado di contrastare la prima causa di morte e disabilità tra i giovani in Italia.

C’è chi annuncia ispezioni nelle scuole, che è però un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. C’è chi annuncia interventi salvo poi non realizzarli - e sono tanti - sottraendo opportunità di salute e alternative sane ai giovani. Ci sono gli adulti di riferimento che latitano nell’indifferenza e indulgono in uno sterile atteggiamento di condanna di una generazione «che non ha né santi né eroi», a cui piace giocare e rischiare con la chimica delle sostanze: alcol per euforizzarsi, energy drink per contrastare l’effetto intossicante dell’alcol e per bere anche di più, grazie al finto stato di maggiore vigilanza provocato da caffeina, taurina, glucuronolattone. Tutto ciò per poi contrastare la «fase-down», in piena fase di abbassamento delle corrette percezioni tra le quali quella del rischio, con la marjuana o la cocaina, ampiamente reperibili, anche a scuola. Che dire a quei genitori che ti sorridono ebeti e ti fanno l’occhiolino dicendoti «tanto le canne se le fanno tutti» e che non si pongono il problema di dove il figlio vada a procurarsi la droga, da quale spacciatore, da quale criminale, magari nella sua stessa classe dove il Lucignolo di turno c’è sempre? E cosa pensare, in genere, degli adulti competenti e di riferimento che, pur in flagranza di un comportamento illecito o pericoloso, non adottano alcun tipo di pur modesta sanzione per arginare per tempo una condotta che in ambito scolastico i disciplinari indicano come da stigmatizzare nel bene e negli interessi del minore?

Il controllo formale e informale della società è stato sconfitto, barattato con la dimensione liquida dell’alcol nelle sue infinite forme e per il quale massicce, aggressive dinamiche di comunicazione commerciale e investimenti milionari hanno fatto crescere e tuttora sostengono il valore dell’alcol: quello di cui non c'è bisogno, quello che sottrae ai giovani dignità e giudizio in cambio di un’ora «felice», quello che viene enfatizzato come «ricchezza» per la nazione salvo poi non pagarne neppure i costi. Venticinque miliardi di euro: questa è la stima che l'Organizzazione Mondiale della Sanità riconduce all'Italia, per la gestione dei danni sociali e sanitari che valgono più di una manovra finanziaria. Ma che nessuno, pur potendo e disponendo, reclama.

Quale tutela è possibile in una cornice culturale che normalizza lo sballo?  Quali strumenti possono incidere su un fenomeno che è continuamente rafforzato da dinamiche di sostegno, di marketing commerciale, di vasti spazi franchi, esenti dall’applicazione delle norme di tutela che dovrebbero proteggere i vulnerabili e che invece gli stessi adulti disapplicano e contrastano con la cultura della mancata osservanza (e in cui le stesse autorità competenti non fanno l’attesa differenza in termini di garanzia di controllo, di rigore e di certezza della sanzione? Vale per i pubblici esercizi, ma anche per le scuole dove il rischio dell’abbassamento della guardia si riflette in fenomeni di marcata malattia sociale: dal bullismo alla diffusione dell’uso di sostanze (legali e illegali) non contrastati da alternative sane da proporre ai giovani.

Si parla tanto di interventi negli istituti scolastici, ma non si interviene mai in maniera organica attraverso l’inserimento nell’ordinamento didattico dell’educazione alla salute. Ore in cui si dovrebbero incrementare le conoscenze e la consapevolezza, ore di «empowerment» che dovrebbe essere anche educazione al rispetto del proprio corpo ma anche di quello dell’altro. Ore che dovrebbero fornire gli elementi di base per garantire strumenti e adeguati livelli di salute mentale, nel senso più ampio del termine, mirati a contrastare le tante, troppe dipendenze comportamentali che stanno esplodendo. Non c'è soltanto l’alcol, ma pure la cannabis, le «smart drugs» e il ricorso agli psicofarmaci da parte di milioni di giovani di cui nessuno sembra accorgersi o prendersi cura. L’intossicazione ormai non è più solo alcolica, ma di sistema. E se cosi è, prendiamone coscienza e non piangiamo poi sull’alcol versato.    



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