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Fake news: il caso-glifosato

Dall'Unione Europea ok all'utilizzo per cinque anni. Ma in rete dilaga un'informazione scorretta

Fake news: il caso-glifosato

La settimana si era aperta, lunedì 20 novembre, con la cattiva notizia del trasferimento ad Amsterdam dell’Agenzia Europea del farmaco, che a Milano avrebbe portato un notevole giro di indotto. Peccato. Si, peccato di aver perso allo spareggio. Peccato non ci sia stato modo di vincere anche l’ultima e decisiva votazione che, finita in pareggio, ha dovuto risolversi con un sorteggio. Ma è stata solo sfortuna? Come mai non siamo riusciti ad attirare consensi?

Passa una settimana, il 27 novembre, e di nuovo l’Europa prende decisioni importanti. Questa volta deve decidere sul rinnovo del glifosato, un erbicida brevettato nel 1974 e fuori tutele dal 2001. Un farmaco generico che rimuove le erbe infestanti con pochi soldi e grande efficienza. Se fosse vietato, le alternative costerebbero 3-4 volte di più e non sarebbero più salutari per l’ambiente. L’Europa ha scelto di concedere un rinnovo ridotto: a cinque anni. Anche qui piagnisteo dei soliti italiani, in testa Slow Food, che dall’alto delle sue competenze prima scrive falsità (ossia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe detto che il glifosate è cancerogeno) per poi delegittimare fin quasi alla diffamazione l’Agenzia per la Sicurezza Ambientale Europea (Efsa), tacciata di copiare da scritti stilati dalla multinazionale Monsanto. Cosa centrano questi temi tutti insieme? C’entrano forse perché quella della posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla presunta cancerogenicità del glifosate è una fake news. Ecco cosa scrivono l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Fao insieme: «Vista l’assenza di potere cancerogeno su roditori a dosaggi elevati per l’uomo ed assenza di genotossicità per via orale nei mammiferi, e considerando l’evidenza epidemiologica dell’esposizione professionale, il meeting conclude che il glifosato è improbabile che ponga un rischio di cancerogenicità agli umani tramite l’esposizione nella dieta».


Sembra una posizione chiara. Viene registrata dopo che l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) aveva detto cose opposte. E siccome lo Iarc è una agenzia che dipende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stata redarguita e resa poco credibile. Ma tutto questo viene tradotto da Slow Food così: «Commercializzato dal 1974, il glifosato nel 2015 è stato classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro e dall’Organizzazione mondiale della sanità come probabilmente cancerogeno per l’uomo». Per passare subito dopo a criticare l’Efsa, dicendo che fa da passacarte alla Monsanto, azienda che fino al 2001 deteneva il brevetto sul glifosate (mentre oggi decine di aziende producono glifosate). Si tratta di tutta evidenza di una fake news, creata dall’ufficio stampa di Slow Food e rilanciata sulla stampa nazionale da Carlin Petrini.


Ora, a conclusione di questi sette giorni, forse il voto del 20 novembre non appare più tanto casuale. Forse un Paese dove l’Efsa, la sola agenzia europea presente, viene aggredita costantemente, le vengono recapitati pacchi esplosivi e subisce attacchi di manifestanti, spiega in parte perché costretti a scegliere tra Amsterdam e Milano alla fine altri Paesi Europei abbiano scelto di non trasferire l’Ema nel nostro Paese. Questa è una supposizione, una interpretazione personale, ma piuttosto condivisa. Cosa fare? Forse non aspettare le elezioni politiche per smascherare le fake news e chiedere a Slow Food di scusarsi per un errore grave e reiterato. Se tutti controllassimo meglio le fonti potremmo aiutare il Paese a migliorarsi e a rendersi più credibile sullo scenario internazionale.



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