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Identità e donazione di organi: si può fare a meno dell’anonimato?

Il Comitato Nazionale per la Bioetica propone di mettere in contatto la famiglia del donatore e il ricevente

Identità e donazione di organi: si può fare a meno dell’anonimato?

Il 27 settembre 2018 è stato pubblicato un nuovo parere da parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, dedicato al tema della «Conservazione dell’anonimato del donatore e del ricevente nel trapianto di organi». Il parere prova a rispondere a un quesito interessante, e cioè se si possa derogare all’obbligo all’anonimato del donatore e o del ricevente quando entrambe le parti sono d’accordo. Questa domanda è importante, perché per rispondere si devono prendere in esame le varie ragioni a favore o contrarie all’anonimato, valutando se esistano dei casi nei quali potrebbe avere senso sospendere l’obbligo assoluto previsto dalla legge.


Dopo aver descritto l’attuale quadro legislativo e considerato le diverse ragioni pro e contro, il Comitato articola quella che nel documento è definita come una «soluzione intermedia», per cui l’obbligo dell’anonimato dovrebbe valere sempre nelle fasi precedenti al trapianto, ma potrebbe invece essere sospeso in quelle successive, ma solo a determinate condizioni. Nelle fasi precedenti al trapianto, argomenta il Comitato, mantenere l’anonimato è una garanzia essenziale per riuscire a tutelare le parti coinvolte - il donatore, il ricevente e le loro famiglie - evitando logiche di mercato o commerciali e quindi eventuali ricatti, manipolazioni o coercizioni. A differenza di quanto avviene ora, però, i bioeticisti si dimostrano però più aperti rispetto alla possibilità di eliminare l’obbligatorietà dell’anonimato nelle fasi successive alla donazione, posto però che entrambe le parti siano d’accordo, sia stato firmato un consenso informato valido, le parti siano messe in contatto attraverso una struttura terza e sia passato un tempo sufficiente per compiere delle scelte ponderate da parte di tutti i soggetti coinvolti. Una soluzione innovativa e di buon senso.


Curiosamente, però, tra le ragioni di questa apertura da parte non compare quella che, a mio parere, è una delle motivazioni di maggior peso a favore di una rimozione dell’anonimato. Questa ragione riguarda essenzialmente il significato che il trapianto può acquisire dal punto di vista della continuità della propria identità personale. La questione dell’identità, è, infatti, centrale in molti dibattiti di bioetica e quella della donazione degli organi non fa eccezione. A riguardo, esistono posizioni diverse e il dibattito filosofico che si è sviluppato in proposito è piuttosto complesso. Per chi fosse interessato, ne ho scritto in modo più approfondito sulle colonne dell'Encyclopedia of Global Bioethics.

 

Nel caso in oggetto, però, la questione di fondo è piuttosto semplice da intuire: spesso è difficile separare in modo netto l’identità di un «tutto» (e cioè, una «persona» o un «corpo») da quella di una sua «parte» (e cioè, un «organo»). Per esempio, se si rimuove o si aggiunge una certa parte ci si trova davanti allo stesso tutto di prima o a qualcosa di nuovo? Si consideri il caso in cui un cuore che è appartenuto a un ragazzino morto prematuramente venga trapiantato in un’altra persona, salvandole la vita. In questo scenario non è difficile immaginare che la famiglia del donatore possa pensare che una «parte» del figlio continua a vivere in un’altra persona. Allo stesso modo, la persona che ha ricevuto l’organo in dono potrebbe legittimamente pensare che dopo il trapianto la sua identità - a livello biologico - sia in qualche senso mutata, in quanto si trova ora «integrata» da una parte che è appartenuta (appartiene) a qualcun altro.

 

Non credo sia irragionevole desiderare per la famiglia del donatore di incontrare, un giorno, la persona in cui «continua a vivere una parte» del figlio. Né che sia irragionevole per il ricevente avere il desiderio di sapere a chi appartiene quella che è ora divenuta una parte indispensabile e integrale della propria identità biologica. Non diversamente da quanto accade nei casi di adozione, e data l’importanza che ognuno di noi attribuisce alla propria identità, appare quindi del tutto plausibile che esistano dei casi nei quali entrambe le parti possano voler conoscersi e incontrarsi dopo che la donazione è avvenuta: nel pieno rispetto dell’autonomia e dei diritti di tutti. Ed è soprattutto in riferimento a questi casi, io credo, che sarebbe utile pensare seriamente a come la proposta avanzata dal Comitato Nazionale di Bioetica possa un giorno trovare attuazione anche a livello legislativo.




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