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Il cervello nasce per agire, non per pensare

Nel volume «Il cervello in azione» Caruana e Borghi raccontano il cambio di paradigma nello studio del cervello. La maggior parte dei processi cognitivi superiori avviene mediante i sistemi di controllo del corpo agente

Il cervello nasce per agire, non per pensare

Johann Wolfgang Goethe, che non era un neuroscienziato, proclamò in «Faust»: «In principio era l’azione». Questa è l’ultima, più nuova affermazione cui sono arrivati gli studiosi del cervello oggi. Lo spostamento inizia negli anni ’90 quando comincia a scricchiolare l’idea che accomuna la nostra mente al software di un computer dimenticando, come ininfluente, l’hardware, cioè il corpo. Oggi al contrario si parla di cognizione «embodied», vale a dire incarnata, e si sostiene che il cervello è nato e si è sviluppato non per pensare, ma per compiere azioni.

Quale esempio vivente di questa affermazione che può stupire, gli autori del volume «Il cervello in azione» tirano fuori dal fondo del mare le ascidie, simili più o meno alle spugne, che nascono con un rudimentale midollo spinale, un cervello, un organo sensibile alla luce e la capacità di muoversi. Infatti si spostano subito alla ricerca di un posto adatto, si piazzano lì e non si muoveranno più. Che succede a questo punto? Altre azioni non ci saranno, quindi le ascidie incominciano a ingerire e riassorbire il loro cervello, divenuto inutile. Dunque non è la percezione il suo scopo primario: sarebbe un inutile dispendio energetico.

Fausto Caruana e Anna Borghi tracciano una carrellata sulle diverse teorie che oggi ruotano attorno al concetto di cognizione «embodied» e «grounded» (ben piantata per terra) in un libro de Il Mulino pensato per un pubblico di non esperti. Borghi insegna psicologia cognitiva e svolge attività di ricerca presso il Cnr di Roma e Caruana insegna neuroscienze e svolge attività di ricerca all’Università di Parma, all’interno del gruppo guidato da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese che ha elaborato la teoria dei neuroni «specchio». Questi neuroni, che hanno subito generato una curiosità diffusa, compaiono pure in questo volume, anche perché sembrano pilastri della nuova visione di un tutt’uno corpo-mente.


I neuroni «specchio» sono stati chiamati così perché - detto in modo semplice - ripetono mentalmente le azioni che vediamo fare. Questa è la base della conoscenza. Ora, nell’interazione con gli altri, in un lavoro di gruppo o in un mercato noi decidiamo cosa fare dopo aver letto nella mente degli altri che cosa faranno, e lo leggiamo attraverso la simulazione riflessa nel nostro corpo. E questa non è che la riattivazione di esperienze motorie acquisite in precedenza. Esiste una teoria motoria (anzi più d’una) delle emozioni che abbatte la distinzione esperienza-espressione, riprendendo quel che fu già formulato da John Dewey e che poi l’altro filosofo Merleau-Ponty aveva indicato quale compenetrazione fra «il gesto e il suo senso».

Quanto ai concetti, sarebbero una specie di colla che tiene insieme le nostre esperienze, secondo l’espressione creata da Gregory Murphy. E i concetti possono essere basati sulla percezione o derivati da scopi. La loro «astrattezza» è messa a dura prova dai vari cognitivisti che ormai tendono a voler sostanziare tutto con il corpo e con i piedi ben piantati per terra.

 

IL CERVELLO IN AZIONE

Fausto Caruana e Anna Borghi

il Mulino, pagine 197, 14 euro



Serena Zoli



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