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Così il «clickbaiting» fa circolare le bufale della scienza

Cercare facili guadagni con titoli accattivanti arreca un grave danno morale alla società

Così il «clickbaiting» fa circolare le bufale della scienza

Tempo fa parlavamo del documento diffuso dalla Confederación de Sociedades Científicas de España (COSCE) come forma di impegno per una migliore trasparenza riguardo ai risultati e ai procedimenti in campo di sperimentazione animale in Spagna. Per la comunità scientifica spagnola è stata sicuramente una grande notizia, ma chiediamoci in che modo quella notizia è stata diffusa dalla stampa allo scopo di farla arrivare ai non addetti ai lavori.

A portarmia  conoscenza del documento, fu un articolo pubblicato da El Pais. Per chi non mastica spagnolo, la traduzione letterale del titolo è «I laboratori che sperimentano con animali apriranno le loro porte». La mia prima reazione fu di stupore, perché fino ad allora nessuno si era mai spinto in avanti con un passo così drastico. Eppure El Pais titolava proprio così: «apriranno le loro porte». «Roba forte», ho pensato. Di conseguenza ho letto con calma sia l’articolo sia il comunicato della COSCE e, come immaginavo, non ho trovato alcun riferimento ad una richiesta da parte della confederazione di far entrare estranei negli stabulari o nei laboratori. Ci sono cascato: il titolone letto su El Pais mi ha spinto a leggere l’articolo ma, alla fine, quel titolo si è rivelato totalmente fuorviante e non associabile al contesto in argomento. Errore involontario? Parliamo della più autorevole testata del Paese spagnolo. Anche in Italia, purtroppo, assistiamo troppo spesso a imbarazzanti e pericolose sviste da parte di importanti testate giornalistiche, per non parlare della copertura fatta in maniera platealmente sbilanciata di questioni spinose (come quella recente del comunicato della Lega anti-vivisezione riguardo alla moratoria sull’uso di animali da sperimentazione per sostanze d’abuso e xenotrapianti).


Stavolta è diverso, però. Stavolta parliamo infatti di un fenomeno, diffusissimo nel mondo, in cui i click a un articolo equivalgono a profitti. Questo fenomeno si chiama «clickbait», ossia «esca da click» ed è l’equivalente digitale del proverbiale «Venghino, signori, venghino» di circensi e ambulanti, il gancio per attirare l’attenzione dell’utente distratto del social di turno. L’esca esiste da sempre: le riviste di gossip e di moda hanno costruito imperi sui titoli ingannevoli. A esse si aggiungono i siti di pseudo-informazione che, data la inesistenza e inconsistenza dei propri contenuti, sono obbligati a vivere di soli titoli. Senza presunzione di elencare tutte le possibili trappole, ricordiamo solo i vari annunci del tipo «sei il visitatore numero 999.999: clicca qui per vincere uno smartphone» o il mai tramontato «prestito fino a cinquantamila euro in dieci minuti a interessi zero». Insomma: di trappole ne abbiamo viste in abbondanza. Facciamo delle distinzioni, però. Esistono pagine satiriche, come Lercio, che si dedicano a creare bufale comiche; in questi casi, il clickbait devono farlo per definizione. Le pagine di pseudo-informazione devono farlo per sopravvivenza.  Quello che stupisce è che il sistema venga utilizzato da giornali del livello di El Pais. Dietro un «clickbait» può esserci qualsiasi cosa, a volte rilevante, a volte idiota, a volte corrispondente al titolo, altre volte totalmente diverso. Su questo articolo pubblicato su L'Inkiesta trovate un’approfondita analisi del fenomeno, del perché si sia diffuso in questo modo e del futuro a cui probabilmente ci porterà. In questo post voglio ricapitolare alcuni tra i più famosi clickbaits in campo scientifico.
 

La molecola «salvatutto»

Iniziamo da uno dei «clickbait» più gettonati e diffusi della categoria, molto spesso perché involontario o fatto non per malizia ma per superficialità. Uno degli esempi più semplici da citare è il famoso caso del maltolo, già smontato dal blog di Luca Spinelli e da tantissimi altri blog di debunking. Uno degli esempi di clickbait relativi al maltolo è quello del settimanale Panorama, che una volta ha titolato «La molecola che fa suicidare i tumori». Veicolare il messaggio che sarebbe stata trovata una cura per il cancro (quale cancro? Alla prostata? Al colon-retto? Al polmone?) per la sola ragione che due sostanze derivate dal maltolo sono in grado di alterare la struttura del Dna di cellule cancerogene significa ingigantire la notizia e alimentare false speranze. Il titolo, in questo caso, serve appunto solo ad agganciare il lettore e si configura come un «clickbait», mentre la notizia vera è molto diversa.


Gli alieni del Dna

Come è noto, le scoperte in campo oncologico sono sempre quelle che tirano  di più, perché in fondo riguardano un campo con cui, purtroppo, moltissima gente finisce per venire a contatto. Uno dei casi più evidenti di clickbait riguardanti i tumori è stato quello del Dna alieno nei pazienti con leucemia. Quando la notizia approdò su Facebook, provocò in me un misto di meraviglia e incredulità al punto che, a distanza di mesi, ancora oggi stento a convincermi che un giornale  abbia davvero avallato la pubblicazione di un titolo simile. Purtroppo mi sbagliavo, ma per difetto, perché i giornali che parlarono di Dna alieno furono più di uno: Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Panorama, Il Giornale e un numero imprecisato di portali di informazione online, blog e via dicendo non si lasciarono sfuggire l’occasione di pubblicare la notizia sottoforma di «Dna alieno nei pazienti con leucemia». Sulla pagina Facebook, il Fatto quotidiano ebbe anche l’ardire di mettere l’immagine degli omini alienoidi per accompagnare il link al proprio articolo. In questo caso non c’è superficialità, non c’è involontarietà: questa è malizia bell'e buona. Dna alieno? Ma veramente nessuno ha trovato un modo più elegante per rendere accattivante la notizia? Per la cronaca, la notizia (vera) è che i ricercatori del Niguarda hanno individuato una variante dell’oncogene WNT10B, un gene legato all’insorgenza di alcune forme di cancro come la leucemia. Questa variante non era mai stata osservata prima nel Dna umano e, per questo, si batte ora la pista di una possibile origine batterica o virale. Attenzione: si parla di batteri e virus, i quali, almeno stando allo stato dell’arte attuale in microbiologia, non sono alieni!

 

Dimagrire in poltrona

Altra ossessione del mondo moderno: la linea. Da decenni, la tv ci propone innumerevoli quantità di televendite di bende, fasce, elettrodi, collant e via dicendo che promettono rapide perdite di peso semplicemente stando comodi in poltrona. Nell’era digitale, questa ossessione si trasferisce su internet e viene ovviamente affiancata anche dal clickbaiting per prede facili. Esempio rapido: «Un bicchiere di vino equivale a un’ora di palestra». Non starò qui a enumerare la quantità di idiozie contenute nell'articolo che segue questo titolo, visto che Emanuele Scafato, decisamente più esperto di me nel campo degli studi sugli effetti dell’alcol, ha già scritto un più che esauriente post al riguardo. Semplicemente bisognerebbe segnalare che, dietro questo titolo, la verità è un’altra: il resveratrolo, contenuto non solo nel vino ma anche in altre sostanze, produce un miglioramento dell’attività fisica. Ciò equivale a dire una cosa ben diversa da quella che un bicchiere di vino equivale a un’ora di palestra, considerato che nel bicchiere di vino non c’è mica solo resveratrolo, ma anche altre sostanze potenzialmente dannose. Per inciso, il resveratrolo, prima che nel vino, si trova già nell’uva, come in moltissime altre piante, solo che mica fa figo scrivere «Un grappolo d’uva equivale a un’ora di palestra»: vuoi mettere quanto è cool dimagrire con un bicchiere di ottimo Primitivo di Manduria o di Chianti delle colline toscane?

 

Clickbait alla canna del gas...

Concludiamo con quello che, nella mia personale classifica, è l’imperatore indiscusso di tutti i clickbait scientifici, il simbolo inequivocabile della disperazione degli editori nella guerra per accaparrarsi qualche click in più. Editori alla canna del gas, appunto. Parliamo del (forse non così tanto) celebre caso dell’AP39 e della respirazione cellulare, o, per dirla in termini più crudi, quella volta in cui il web credette che respirare flatulenze potesse salvare le nostre cellule. Magari non tutti ricordano dalle lezioni di biologia cosa sia la respirazione cellulare: per dirla in due righe, è il processo attraverso cui i mitocondri, organelli all’interno delle nostre cellule, producono energia - e anidride carbonica di scarto - consumando ossigeno. Da qui il termine respirazione, come analogia con la respirazione polmonare, in cui portiamo dentro ossigeno per permettere alle cellule di fare respirazione cellulare e buttiamo fuori l’anidride carbonica che esse producono. È però necessario sottolineare che si tratta di due processi totalmente diversi: confondere le due cose è come confondere la funzione matematica dell’iperbole con l’omonima figura retorica. Alcuni anni fa, fu pubblicato un lavoro in cui si dimostrava che il composto AP39 proteggeva i mitocondri, trasportando acido solfidrico al loro interno. Quali sono altre sostanze e/o alimenti che contengono acido solfidrico? Tra le tante altre cose, anche le uova marce, il petrolio greggio e i gas contenuti nelle flatulenze. Come è stata divulgata la notizia da una parte della cosiddetta stampa scientifica? Beh, che respirare le flatulenze aiuta a proteggere i mitocondri.  È geniale, dai. Salti (logici) del genere non li si vedeva dai tempi di Barcelona '92 quando Carl Lewis e Serhij Bubka se la tiravano tantissimo. A distanza di anni, sorge ancora il dubbio del perché non dovremmo anche mangiare uova marce e bere petrolio greggio per salvare i nostri mitocondri (da cosa dovremmo salvarli, poi, non si è ancora capito). Un giornalista scientifico incapace di vedere la differenza tra respirazione cellulare e respirazione polmonare, o che sceglie volutamente di ignorarla, meriterebbe l’immediato trasferimento alla sezione cronaca rosa del giornale che ha la sfortuna di averlo a libro paga.


«Lo dice la scienza», «una ricerca dimostra che» e via dicendo: tutti incipit o finali di titoli che, troppo spesso, servono a dare una finta autorevolezza a un titolo che di autorevole ha ben poco. La scienza dice molte cose e le cose che dice sono spesso molto complicate; semplificarle è un lavoro durissimo e non sempre possibile. Nascondersi dietro un generico
«Lo dice la scienza» per mascherare la propria incompetenza o, peggio, perché spinti dalla irrinunciabile ricerca di facili guadagni tramite il «clickbaiting» è un grave danno morale che si arreca alla società: aumenta la disinformazione, il caos e, quindi, l’ignoranza.

 



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