Alimentazione

Cibi industriali: più ne mangiamo, più ne vogliamo?

pubblicato il 23-05-2019

Consumare spesso alimenti di origine industriale può indurre a mangiare di più. Ma gli alimenti pronti non vanno demonizzati

Cibi industriali: più ne mangiamo, più ne vogliamo?

Le campagne di educazione alimentare partono dall'assunto che il consumo eccessivo di cibi di origine industriale sia correlato a una maggiore probabilità di sviluppare fattori di rischio (ipertensione, ipercolesterolemia, obesità) o malattie (diabete, sindrome metabolica) in grado di minare la salute. Un'ipotesi che tiene conto della più scarsa - non sempre, però - qualità del cibo. Ma ora inizia a insinuarsi un altro dubbio: quello che il frequente consumo di alimenti troppo lavorati induca anche a mangiare di più. Maggiore quantità e minore qualità del cibo: il binomio è quanto di più insidioso possa esserci per l'uomo. E non soltanto per una questione estetica. 

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POCA QUALITA' E TANTA QUANTITA'

Considerando l'impatto che la dieta ha sulla nostra salute, un gruppo di ricercatori del National Institute of Health statunitense (Nih) ha realizzato un trial randomizzato mirato a confrontare l'impatto che una dieta ricca di cibi molto elaborati (come cereali per la colazione, muffin, pane bianco, yogurt zuccherati, patatine, cibi in scatola, carni lavorate, succhi di frutta e bevande dietetiche) può avere sul girovita, e dunque sulla salute, rispetto a una abbondante di alimenti «semplici» e prevalentemente di origine vegetale (frutta e verdura fresca, cereali integrali, noci e semi, uova, pollo, pesce e manzo). Le venti persone coinvolte nello studio - età media 31 anni - sono state invitate a vivere per un mese nel centro di ricerca dell'Nih che lavora sulle malattie dell'apparato digerente e del rene. In un contesto protetto, i ricercatori le hanno suddivise in due gruppi e alimentate (uno) con una dieta ricca di vegetali e cereali integrali e con (l'altro) un elevato consumo di cibi industriali. I due gruppi sono stati «invertiti» dopo due settimane, in modo da verificare l'effetto della dieta ad alto contenuto energetico sul totale di 40 persone. A parità di apporti delle singole pietanze, come si evince dalle conclusioni della ricerca pubblicata sulla rivista Cell Metabolism, chi seguiva una dieta più «elaborata» era portato anche a mangiare di più. 

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IL «PESO» (NEL TEMPO) DELLE CALORIE IN PIU'

Il risultato, per quanto preliminare, «dimostra che il consumo di cibi elaborati comporta anche un aumento delle quantità di cibo consumato», per dirla con Kevin Hall, a capo del laboratorio di biologia modellistica dell'Nih e prima firma della pubblicazione. A dare consistenza all'evidenza, il fatto che i pasti del gruppo di studio erano controllati, in modo da garantire un apporto energetico pari a quello assicurato al gruppo di controllo. Motivo per cui il surplus energetico, pari all'incirca a 500 chilocalorie al giorno, non può essere ricondotto alla qualità dei pasti. Bensì alla quantità. Inoltre, nelle settimane in cui seguivano una dieta ricca di cibi raffinati, tutte le persone consumavano i propri pasti in maniera più veloce e vedevano crescere in media il proprio peso di un chilo ogni settimana: lo stesso perso cambiando lo schema alimentare. «Nel tempo, le calorie extra si sommano e quel peso in più può determinare l'insorgenza di problemi per la salute - sostiene Griffin Rodgers, direttore dell'Istituto di ricerca sul diabete, le malattie dell'apparato digerente e dei reni dell'Nih -. Sappiamo che seguire una dieta più sana comporta un maggiore impegno in fase di preparazione delle pietanze e un costo spesso superiore (la dieta del gruppo di controllo è costata il quaranta per cento in più rispetto all'acquisto dei cibi industriali, ndr). Ma compiere questo sforzo può fare la differenza».

A CACCIA DI SPIEGAZIONI

A risultare ancora poco chiari sono gli aspetti che porterebbero le persone che consumano una dieta in cui è più frequente il consumo di piatti pronti - comunque da non demonizzare, visto il generale miglioramento del profilo nutrizionale ottenuto negli ultimi anni - a mangiare di più. L'ipotesi più credibile rimanda alla maggiore «attrazione» da parte del palato nei confronti di alimenti a base di carboidrati raffinati, ricchi di zuccheri aggiunti e di grassi. Questi ultimi, peraltro, sono spesso meno abbondanti in proteine, fibre e altri nutrienti considerati importanti per la salute. Effettuando un dosaggio ormonale sulle persone coinvolte nello studio, i ricercatori hanno inoltre notato che tra gli appartenenti al gruppo di osservazione si registravano livelli più alti della grelina (stimola la fame) e più basi del peptide YY (induce il senso di sazietà). A ciò occorre poi aggiungere che, mediamente, chi è più attento alla dieta è più difficile che adotti altri comportamenti nocivi per la salute: come fumare, consumare bevande alcoliche ed essere sedentari


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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