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Alimentazione

Come riconoscere una vera allergia alimentare

pubblicato il 16-12-2015
aggiornato il 24-02-2017

Diffidare da test ‘fai da te’ e metodi non scientificamente validati (come i test del capello e della forza) tutte le raccomandazioni della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica

Come riconoscere una vera allergia alimentare

Cresce la schiera di italiani allergici a sostanze presenti negli alimenti, saliti secondo le ultime stime a circa ventimilioni. Alcuni a torto e altri a ragione, perché quasi la metà pare essere vittima di errori diagnostici a causa di test largamente utilizzati per la definizione di allergie a cibi specifici, ma non scientificamente validati. Tanto che, in nove casi su dieci, danno esito di ‘falso positivo’: attestano cioè una reazione spesso inesistente. Come riconoscere allora i veri sintomi allergici, a chi rivolgersi e quali test effettuare? Domande alle quali rispondono le prime linee Guida per l’interpretazione dei test diagnostici e un vademecum dedicato alla popolazione allergica e non, redatti dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica.

 

GLI ALIMENTI A RISCHIO

Latte, uova, arachidi, pesce, soia e frumento: sono gli alimenti, causa di eczemi o reazioni pruriginose per circa 7% di bambini italiani, cui si aggiungono molluschi, nocciole e frutta con guscio messi al bando dal 3% della popolazione adulta. Arrivare però a capire con certezza quale, fra questi cibi, sia proprio quello nocivo per l’organismo non pare cosa semplice. Perché spesso gli italiani si affidano al ‘fai da te’ o a test inutili, ma costosi in termini economici (la spesa individuale può variare dai 90 ai 400-500 euro e quella annua superare i 300 milioni di euro), di prevenzione e salute.

«Il ricorso a test come quelli del capello o della forza muscolare, che non hanno fondamento scientifico - dichiara Walter Canonica, direttore della clinica di malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Genova e presidente della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Clinica - cresce al ritmo del 10% all'anno e rischia di non far individuare i veri pazienti allergici, ritardandone la diagnosi». Due limiti evitabili se ai primi sospetti di allergia alimentare, che possono comparire entro pochi minuti dall’ingestione dell’alimento allergico e fino a un massimo di qualche ora con manifestazioni variabili dalla sensazione di calore alla pelle, prurito, orticaria, gonfiore intorno agli occhi, alle labbra e/o alla lingua, ma anche stanchezza intensa, nausea, bruciore alla gola, ci si rivolge a uno specialista e a centri di riferimento: «Qui sarà possibile effettuare test validati scientificamente - continua Canonica - che consentono di individuare con precisione non solo l’alimento sospetto ma a quale porzione di esso, di norma una proteina ( o una frazione di essa), si è ipersensibili e avviare così la corretta terapia».

Nella maggior parte dei casi si impone l’eliminazione dalla dieta dell’‘alimento miccia’, oppure il consumo oculato perché, a seconda delle proteine coinvolte, potrebbe persino essere possibile mangiare un frutto a cui si è allergici togliendo semplicemente la buccia, o di contro mangiarlo solo cotto. «Con una privazione rigorosa dell’alimento per circa tre anni - aggiunge il Presidente - potrebbe essere poi possibile sviluppare una desensibilizzazione spontanea».

 

COSA FARE

Innanzitutto fare attenzione se al consumo di uno specifico cibo segue sempre o molto spesso una manifestazione reattiva caratteristica. La quale va annotata in un ‘diario allergico’ unitamente alla relazione temporale del sintomo in rapporto al momento del pasto. Con queste informazioni lo specialista potrà stilare una dieta anti-allergica ad hoc e indicare corretti stili di vita, come ad esempio sconsigliare l’attività fisica e l’uso di antinfiammatori nelle due-quattro ore precedenti e successive al pasto, o dare indicazioni di soluzioni di pronto intervento (di emergenza) per evitare possibili shock anafilattici quando in caso di allergia vengono coinvolti almeno due apparati, di solito respiratorio e digestivo. È sempre raccomandata poi l’attenta lettura delle etichette alimentari per evitare l’ingestione di componenti nocive, così come rendere nota la propria allergia quando si mangia fuori casa e soprattutto effettuare una visita specialistica periodica, anche nel caso in cui non compaiano nuove manifestazioni allergiche.

 

LA CORRETTA DIAGNOSI

La prima indicazione è rivolgersi a un centro di riferimento dove sottoporsi a una vista che preveda la raccolta della storia clinica delle manifestazioni, utile per identificare i possibili alimenti sospetti; eseguire dei test cutanei come il prick test; fare un dosaggio degli anticorpi IgE specifici e sottoporsi sotto controllo medico a un test di provocazione orale che consiste nella somministrazione di dosi progressivamente crescenti dell’alimento allergico fino a scatenare i sintomi a una dose corrispondente a quella normalmente assunta. 

 

I TEST DA CUI DIFFIDARE

Meglio astenersi, suggeriscono gli esperti, da metodiche diagnostiche alternative e non scientificamente validate, fra queste:

- Test del capello: rileva la presenza nel capello di alcune sostanze chimiche al fine di valutare lo stato di salute generale della persona in esame;

- Test su cellule del sangue: valuta alcune alterazioni subite dalle cellule una volta che entrano in contatto con sostanze fra le più varie;

- Test della forza: analizza le variazioni della forza nell’organismo durante la manipolazione di alimenti nocivi;

- VEGA Test: ricorre all’utilizzo di elettrodi. Quello con polo negativo viene tenuto in mano dalla persona e attaccato ad un circuito cui si applica l’alimento mentre con l’elettrodo con polo positivo si ispeziona il paziente. La variazione del voltaggio, in rapporto ai vari alimenti, dovrebbe rivelare l’intolleranza ad uno o più di essi;

- Biorisonanza: attraverso un computer, vengono valutate le variazioni del campo magnetico della persona che si stimano indotte da un alimento verso cui si ha intolleranza o allergia;

- Pulse test o del riflesso cardiaco auricolare: valuta le variazioni della frequenza del polso a contatto con un alimento che genera intolleranza o allergia.


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