Cresce la schiera di italiani allergici a sostanze presenti negli alimenti, saliti secondo le ultime stime a circa ventimilioni. Alcuni a torto e altri a ragione, perché quasi la metà pare essere vittima di errori diagnostici a causa di test largamente utilizzati per la definizione di allergie a cibi specifici, ma non scientificamente validati. Tanto che, in nove casi su dieci, danno esito di ‘falso positivo’: attestano cioè una reazione spesso inesistente. Come riconoscere allora i veri sintomi allergici, a chi rivolgersi e quali test effettuare? Domande alle quali rispondono le prime linee Guida per l’interpretazione dei test diagnostici e un vademecum dedicato alla popolazione allergica e non, redatti dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica.
GLI ALIMENTI A RISCHIO
Latte, uova, arachidi, pesce, soia e frumento: sono gli alimenti, causa di eczemi o reazioni pruriginose per circa 7% di bambini italiani, cui si aggiungono molluschi, nocciole e frutta con guscio messi al bando dal 3% della popolazione adulta. Arrivare però a capire con certezza quale, fra questi cibi, sia proprio quello nocivo per l’organismo non pare cosa semplice. Perché spesso gli italiani si affidano al ‘fai da te’ o a test inutili, ma costosi in termini economici (la spesa individuale può variare dai 90 ai 400-500 euro e quella annua superare i 300 milioni di euro), di prevenzione e salute.
«Il ricorso a test come quelli del capello o della forza muscolare, che non hanno fondamento scientifico - dichiara Walter Canonica, direttore della clinica di malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Genova e presidente della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Clinica - cresce al ritmo del 10% all'anno e rischia di non far individuare i veri pazienti allergici, ritardandone la diagnosi». Due limiti evitabili se ai primi sospetti di allergia alimentare, che possono comparire entro pochi minuti dall’ingestione dell’alimento allergico e fino a un massimo di qualche ora con manifestazioni variabili dalla sensazione di calore alla pelle, prurito, orticaria, gonfiore intorno agli occhi, alle labbra e/o alla lingua, ma anche stanchezza intensa, nausea, bruciore alla gola, ci si rivolge a uno specialista e a centri di riferimento: «Qui sarà possibile effettuare test validati scientificamente - continua Canonica - che consentono di individuare con precisione non solo l’alimento sospetto ma a quale porzione di esso, di norma una proteina ( o una frazione di essa), si è ipersensibili e avviare così la corretta terapia».
Nella maggior parte dei casi si impone l’eliminazione dalla dieta dell’‘alimento miccia’, oppure il consumo oculato perché, a seconda delle proteine coinvolte, potrebbe persino essere possibile mangiare un frutto a cui si è allergici togliendo semplicemente la buccia, o di contro mangiarlo solo cotto. «Con una privazione rigorosa dell’alimento per circa tre anni - aggiunge il Presidente - potrebbe essere poi possibile sviluppare una desensibilizzazione spontanea».





