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Alimentazione

Indice e carico glicemico sulle etichette aiutano a prevenire l'obesità?

pubblicato il 29-07-2013
aggiornato il 12-01-2017

Sull'utilità dei due indicatori la comunità scientifica è divisa. C'è chi propone di inserirli sulle etichette alimentari e chi è convinto che siano troppo difficili da applicare su larga scala

Indice e carico glicemico sulle etichette aiutano a prevenire l'obesità?

Sull’utilità dei due indicatori la comunità scientifica è divisa. C’è chi propone di inserirli sulle etichette alimentari e chi è convinto che siano troppo difficili da applicare su larga scala

Oggi, quando si parla di nutrizione, due nuovi indicatori risultano spesso menzionati: l’indice glicemico e il carico glicemico. Cosa indicano? Possono davvero essere ritenuti predittivi di una condizione di sovrappeso o obesità? Sarebbe utile, in un giorno non troppo lontano, indicarli sulle etichette alimentari? In alcuni Paesi, come l’Australia e la Nuova Zelanda, ciò già accade.

IG E CG: COSA SONO? - Prima di indice e carico glicemico parlavano soltanto nutrizionisti e tecnologi alimentari, impegnati nel determinare le proprietà di un alimento. Oggi, complice una maggiore attenzione verso la forma fisica, dei due indici si parla sempre più spesso. Occorre definirli, innanzitutto. L’indice glicemico indica la velocità con cui aumenta la glicemia in seguito all'assunzione di un quantitativo dell'alimento contenente 50 grammi di carboidrati. Espresso in percentuale, si rapporta alla velocità di aumento della glicemia con la stessa quantità di glucosio o di pane bianco. All'alimento di riferimento è assegnato il valore di 100: per convertire l'indice glicemico dal glucosio al pane bianco basta moltiplicare per 1,37. Il carico glicemico, invece, è dato dal valore dell’indice glicemico moltiplicato per la quantità di carboidrati ingeriti. «I concetti sono presenti in letteratura da qualche decennio, ma non sono mai stati diffusi per la difficile applicazione - spiega Lorenzo Maria Donini, docente di scienza dell’alimentazione all’università Sapienza di Roma -. Quello che interessa sono i valori di un pasto, non del singolo alimento. Lo stimolo che questo dà alla produzione di insulina è dato dal combinarsi con gli altri cibi che lo accompagnano. C’è differenza se un piatto di pasta è condito con il burro o con un pugno di fagioli».

MARKERS CONTRO L’OBESITà? - calcolare i due indici alla fine di ogni pasto è obiettivamente difficile. Eppure una larga parte della comunità scientifica è convinta dell’utilità dei due dati nella caratterizzazione degli alimenti. L’argomento è stato al centro della discussione nel corso di un recente congresso organizzato da Nutrition Foundation of Italy. Secondo Walter Willett, responsabile del dipartimento di nutrizione dell’università di Harvard, «la riduzione dell’indice glicemico e del carico glicemico dovrebbero diventare delle priorità della sanità pubblica, date le evidenze note sin qui che indicano come elevati indici contribuiscano al rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari». È opinione condivisa che l’indice e il carico glicemico influenzino la glicemia post-prandiale, con importanti ripercussioni sulla salute. «La valutazione dell’indice glicemico completa gli altri metodi di caratterizzazione di alimenti contenenti carboidrati e dovrebbe essere considerata nel contesto di una dieta sana ed equilibrata». Secondo un recente studio, pubblicato sul British Journal of Nutrition, i due valori potrebbero essere dei fattori predittivi dell’obesità, in particolare dell’accumulo di grasso in sede addominale. Lo studio ha analizzato quasi 1500 soggetti di età compresa tra 19 e 64 anni, dei quali venivano registrate le abitudini alimentari giornaliere, considerando patate e pane come elementi predittivi positivi per l’indice glicemico. Secondo i ricercatori questi due parametri non solo possono aiutare a seguire un’alimentazione adeguata, ma sarebbero anche utili indicatori del potenziale rischio di sviluppare disordini del peso corporeo e del metabolismo. «Non bisogna parlare di alimenti “buoni” e altri “cattivi” - chiosa Donini -. Ciò che bisogna promuovere, anche al di là degli aspetti strettamente nutrizionali, è un modello alimentare sano, corretto, equilibrato, sostenibile. Cioè: la dieta mediterranea che ha, complessivamente, bassi valori di indice e carico glicemico».

Fabio Di Todaro
@fabioditodaro


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