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Aneurismi cerebrali: ora si possono curare senza bisturi

pubblicato il 18-06-2014
aggiornato il 12-07-2017

Svolta nel trattamento dei disturbi cerebrovascolari. Una sonda che parte dall’arteria femorale permette di riparare i danni. Minori effetti collaterali, maggiori probabilità di successo

Aneurismi cerebrali: ora si possono curare senza bisturi

Una svolta che potremmo definire epocale. Gli aneurismi cerebrali cominciano a non fare più paura. Grazie a sempre più sofisticati metodi di chirurgia mini-invasiva è oggi possibile trattare questo genere di problemi senza dover più ricorrere a procedure invasive. Un approccio che negli Stati Uniti sta cambiando radicalmente il destino di migliaia di persone che ogni giorno vengono colpite da aneurisma cerebrale. A spiegarlo è il professor Italo Linfante, direttore del dipartimento di Neurochirurgia Vascolare presso il Baptist Cardiac and Vascular Institute di Miami (Stati Uniti).

 

 

ANEURISMI

«Quando si parla di aneurisma - spiega il professore - ci si riferisce alla dilatazione di alcune arterie all’interno del cervello che, con il passare del tempo, possono espandersi fino alla rottura. In questi casi intervenire in modo tempestivo è fondamentale». Nel 90 per cento dei casi si manifestano con emorragia cerebrale: la parete dell’aneurisma è molto sottile e può rompersi dando luogo a un’emorragia subaracnoidea. Nel 7 per cento dei casi invece si manifesta con la comparsa di un deficit neurologico causato dalla compressione dell’aneurisma sulle strutture nervose. Il restante 3 per cento si riconosce casualmente nel corso di esami eseguiti per altri motivi. Delle vere e proprie bombe ad orologeria pronte a scoppiare.

 

 

COME SI INTERVIENE?

«Fino ad alcuni anni fa la tecnica base per trattare questi eventi prevedeva la craniotomia e il successivo posizionamento di una clip che, come una vera e propria pinza, isolava l’aneurisma», spiega Linfante. Un approccio invasivo che prevedeva, e prevede tutt’ora, l’apertura delle ossa del cranio con tutti i possibili rischi del caso. Una tecnica che ad oggi, pur essendo ancora praticata, sta lasciando lentamente il posto a interventi di chirurgia endovascolare. Non più bisturi, dunque. L’approccio prevede l’utilizzo di microcateteri che dall’arteria femorale raggiungono direttamente l’aneurisma. «Questa metodica, che presenta eccellenti risultati, consiste nel riempimento della sacca aneurismatica attraverso la creazione di una sfera, che è formata da spirali di platino. Si tratta di un’impalcatura capace di evitare la rottura e di promuovere il riassorbimento del sangue», prosegue Linfante.

 

 

CONTINUA EVOLUZIONE

Ma le novità non finiscono qui. In alcuni casi anche l’approccio con le sfere di titanio risulta difficile. È il caso degli aneurismi di grandi dimensioni. Anche in questo caso però è la tecnica a venire in soccorso dei neurochirurghi. Da qualche anno è disponibile sul mercato flow-diverter, un dispositivo che pone l’attenzione sull’arteria e non più sull’aneurisma. «In questi casi l’obiettivo è ripristinare il corretto flusso sanguigno. Così facendo, il sangue presente nell’aneurisma si coagula e il problema viene eliminato» spiega Linfante. Una sorta di ponte in grado di fare da by-pass all’aneurisma.

 

 

SOLO CENTRI SPECIALIZZATI

Interventi, quelli descritti, che rappresentano il presente e il futuro del trattamento degli aneurismi. Purtroppo però, soprattutto nel nostro Paese, la situazione è a macchia di leopardo. «Per trattare bene questi eventi occorrono centri organizzati che operino 24 ore su 24. Non solo. Le risorse andrebbero concentrate in pochi centri e ben dislocati», conclude Linfante. Una situazione ancora lontana da venire. In Italia le stroke unit - i centri specializzati nel trattamento di ictus e aneurismi - operative sono meno di 160 e quasi tutte mal distribuite tra nord e centro del Paese.


@danielebanfi83

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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