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Frodi scientifiche: la rivista Nature corre ai ripari

pubblicato il 04-03-2015
aggiornato il 15-02-2017

Un quarto delle pubblicazioni scientifiche conterrebbe dati alterati. Primo passo verso la trasparenza? I revisori non devono conoscere gli autori delle ricerche

Frodi scientifiche: la rivista Nature corre ai ripari

Nella scienza la prima regola si chiama riproducibilità. In linea teorica tutti i gruppi di ricerca dovrebbero essere in grado di poter riprodurre nel proprio laboratorio i risultati ottenuti da altri. Sempre più spesso però non accade e il rischio che si tratti di ricerca falsata non è poi così remoto. Nel novembre del 2013 la rivista Nature fece scalpore affermando che circa un quarto dei lavori pubblicati è falsato. Una piaga da arginare attraverso diverse strategie. Una è rappresentata da una revisione del sistema di valutazione degli articoli che contempli la strategia del doppio-cieco.

 

IL CASO DEI VACCINI

Le riviste più quotate del panorama scientifico non sono di certo immuni agli articoli truffa. Tra gli “inganni” più famosi c’è la ricerca relativa dell’ex medico Wakefield al legame tra vaccinazioni e autismo. Ospitato da “The Lancet” l’articolo metteva in relazione alcuni disturbi intestinali associati all’autismo e il vaccino trivalente. E’ il 27 febbraio 1998 e gli effetti furono subito visibili: il primo fu il crollo delle vaccinazioni in Inghilterra e la conseguente epidemia di morbillo. Oggi, chiarite le posizioni degli attori in gioco e smontata l’inesistente tesi, l’articolo incriminato non esiste più. Dal 2010 la rivista ha deciso di ritrattare la questione e ritirare definitivamente dai suoi archivi il paper scientifico di Wakefield.

 

FINTE CELLULE STAMINALI

Più recentemente la rivista Nature è stata vittima di un’altra truffa -questa volta ad opera di una ricercatrice giapponese- Haruko Obokata dell’Istituto Riken, uno degli istituti di ricerca più importanti del paese. Ad inizio gennaio 2014 la rivista Nature pubblica due articoli destinati a cambiare il mondo della medicina rigenerativa. La Obokata era riuscita nell’impresa di ottenere staminali pluripotenti con un facile metodo dal costo irrisorio. La ricetta? Sottoporre le cellule adulte ad un “bagno acido”. Articoli definitivamente ritirati pochi mesi dopo a causa dell’impossibilità da parte dei ricercatori di mezzo mondo di ottenere le cellule millantate dalla “scienziata” giapponese.

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IL SISTEMA DELLA PEER-REVIEW

Al di là di questi clamorosi casi si calcola che nel 2010, questo l’ultimo dato disponibile, sono state oltre 400 le ricerche ritirate. Ad oggi l’iter di pubblicazione prevede che la rivista, ricevuta la ricerca, scelga due o più anonimi revisori esperti in materia in grado di valutare la bontà dello studio. Un sistema chiamato “peer-review”. Mentre gli scienziati non conoscono i revisori questi ultimi sanno bene chi sono gli autori della ricerca. Così com’è la peer-reviw, a detta di buona parte del mondo scientifico, è un’arma a doppio taglio. Può infatti capitare che i revisori, conoscendo il nome delle persone da valutare, possano cadere sia in pregiudizi e fenomeni di ostracismo sia in valutazioni di parte.

 

IL DOPPIO CIECO

Per cercare di limitare fenomeni del genere il gruppo editoriale NPG, quello che pubblica anche la rivista Nature, da marzo proporrà agli scienziati la possibilità del sistema di revisione in doppio cieco. Un metodo che prevede l’estensione dell’anonimato anche per gli scienziati. I revisori avranno in mano un lavoro da valutare senza conoscerne gli autori. Servirà questo accorgimento ad abbassare la percentuale di falsi studi?


@danielebanfi83

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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