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Helicobacter pylori: nel Sud Italia antibiotici inefficaci in 1 caso su 3

pubblicato il 18-02-2020

La claritromicina, uno degli antibiotici più utilizzati per eradicare l'infezione, inefficace in un terzo dei casi. Helicobacter pylori è tra i principali fattori di rischio del tumore allo stomaco

Helicobacter pylori: nel Sud Italia antibiotici inefficaci in 1 caso su 3

Essendo la causa più frequente di insorgenza del tumore allo stomaco, c'è poco da festeggiare. È dell'Italia il primato europeo nei tassi di resistenza agli antibiotici da parte dell'Helicobacter pylori. In particolare, delle regioni del Mezzogiorno, dove oltre un un terzo dei ceppi isolati dai pazienti non risponde a uno degli antibiotici impiegati nella terapia: la claritromicina. Di conseguenza, per i pazienti che li ospitano, le probabilità di eliminare il patogeno diminuiscono. Non, invece, il rischio di sviluppare nel tempo la malattia oncologica, al di là della presenza o meno di sintomi. Un'insidia di non poco conto, di fronte alla quale l'arsenale risulta piuttosto spuntato. 

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La resistenza alla claritromicina, uno degli antibiotici più utilizzati per curare l'infezione da Helicobacter pylori in associazione con l'amoxicillina, è più che raddoppiata dal 1998 a oggi. Se fino al termine del secolo scorso il problema riguardava un decimo dei casi, lo stesso oggi si registra in oltre il 20 per cento delle infezioni. Fin qui il dato medio, perché l'emergenza che si vive in Italia meridionale è più significativa. Secondo uno studio presentato nel corso del congresso della Società europea di gastroenterologia e coordinato da Francis Megraud (a capo del laboratorio di microbiologia dell'ospedale Pellegrin di Bordeaux), le regioni del Mezzogiorno vantano lo spiacevole primato, nel Vecchio Continente. Analizzando i batteri raccolti da oltre 1.200 pazienti provenienti da 18 diversi Paesi, è emerso che, dalla Campania in giù, la resistenza si verifica in quasi il 37 per cento dei cdeppi studiati. Più di quanto non si registri in Croazia (34.6), Grecia (30) e Polonia (28.5), per citare i Paesi alla spalle nella graduatoria. Al fondo della classifica, invece, si ritrovano la Norvegia (8.9), la Lettonia (6.8) e la Danimarca (5). 

PREVENZIONE PIU' DIFFICILE

«Sempre più spesso la prima risposta contro l'Helicobacter non va a buon fine - ammette Valeria Palmitessa, ricercatrice del laboratorio di microbiologia e virologia dell'Irccs Saverio De Bellis di Castellana Grotte (Bari), coinvolta nello studio -. E, in diversi di questi casi, i ceppi isolati da questi pazienti non rispondono nemmeno alla contemporanea somministrazione di due o più antibiobitici». In simili situazioni, dunque, nemmeno le armi più sofisticate oggi in uso nella terapia eradicante dell'Helicobacter sembrano funzionare. La questione è seria, come dimostrano le parole dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: «La ricerca di nuove molecole efficaci e l’appropriato uso di questi farmaci devono diventare una priorità di salute pubblica». Inoltre, è importante monitorare la resistenza antibiotica nel tempo per valutarne l’evoluzione e studiarne la distribuzione geografica. «La scelta della terapia eradicante deve essere fatta anche sulla base di queste informazioni», sottolinea Palmitessa.


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L'Helicobacter è uno dei pochi batteri in grado di vivere in un ambiente acido. Si spiega così la sua forte affinità con lo stomaco, dove in molti casi si annida senza recare danno (quasi 1 italiano su 2 lo «ospita» al proprio interno). Non esistendo uno screening per l'intera popolazione, la comparsa dei sintomi (bruciore di stomaco, dolore addominale, nausea, perdita di appetito, gonfiore e vomito) e alcun segni meno specifici (anemia, su tutti) rappresentano spesso il primo passo che avvicina al riscontro dell'infezione. Due sono i test non invasivi per individuare la presenza del batterio. «Si tratta dell'urea breath test, che permette di rilevare la presenza del batterio attraverso il dosaggio dell'anidride carbonica presente nell'espirato, e della ricerca dell'antigene nelle feci», dichiara Alba Panarese, dirigente medico dell'unità operativa complessa di gastroenterologia ed endoscopia digestiva del De Bellis. In caso di esito positivo dell'esame, può essere opportuna l'esecuzione di una gastroscopia per valutare se l'Helicobacter abbia già modificato l'epitelio della mucosa dello stomaco nella direzione dello sviluppo del tumore (14.300 le diagnosi effettuate in Italia nel 2019).

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LA TERAPIA ERADICANTE

In ogni caso, l'infezione deve esere curata. Ma come, alla luce degli ultimi dati? Quando fallisce la terapia di prima linea (7-10 giorni con amoxicillina, claritromocina e un inibitore di pompa protonica), si ricorre alla formula sequenziale: cinque giorni con l'amoxicillina e un inibitore seguiti da altrettanti giorni di terapia con la claritromicina, il metronidazolo e l'inibitore di pompa. Ma anche questo approccio rischia di perdere di efficacia, vista la frequenza di mancate risposte alla claritromicina e al metronidazolo. Nelle aree ad alta incidenza dell'infezione e dove la resistenza alla claritromicina supera il 20 per cento, oggi si usa fin subito un farmaco che contiene la tetraciclina, il metronidazolo e il bismuto: in aggiunta a un inibitore di pompa protonica. Il trattamento dura mediamente dieci giorni. «In questo modo, attualmente, eradichiamo l'infezione nella quasi totalità dei pazienti», aggiunge la specialista.


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NECESSARIO IL CONSULTO SPECIALISTICO

La definizione della strategia terapeutica più appropriata è fondamentale per evitare l'uso improprio di altri antibiotici (che concorre ad aumentare la resistenza) e il ricorso da parte del paziente agli inibitori di pompa protonica (con l'obbiettivo di attenuare i sintomi). Questa categoria di farmaci è sì un valido supporto nella terapia eradicante. Ma se assunti in autonomia, come fa 1 italiano su 2, i gastroprotettori rischiano di «mascherare» l'infezione e rendere la diagnosi più tardiva.


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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