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Pediatria
Fabio Di Todaro
pubblicato il 31-10-2018

Nord e Sud: se la salute non è uguale per tutti



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Di disuguaglianze nell'assistenza sanitaria parlerà Stefano Vella a «Science for Peace» (Università Bocconi,15 e 16 novembre). «Investire in salute vuol dire creare sviluppo»

Nord e Sud: se la salute non è uguale per tutti

La salute? Non è un «bene» egualmente a disposizione di tutti. Se un divario in termini di prospettive di vita media è sempre esistito, tra i Paesi europei e quelli africani, oggi la forbice s'è allargata. Nel Vecchio Continente la sopravvivenza media si attesta attorno agli 80 anni, mentre al di là del Mediterraneo si è indietro di un paio di decenni. Non siamo a questi livelli, ma il problema delle disuguaglianze in ambito sanitario oggi è particolarmente sentito anche in Italia. Temi che affronterà Stefano Vella, direttore del centro per la salute globale dell'Istituto Superiore di Sanità, nel corso del suo intervento a «Science for Peace», la conferenza mondiale organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi, in programma il 15 e il 16 novembre all'Università Bocconi di Milano

 

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06-12-2011
MALATTIE DIVERSE PER MONDI DIVERSI

Le difformità sono anzitutto nelle malattie (e nelle cause di morte), che si registrano tra le due metà del mondo: prendendo il Mediterraneo come linea di confine. In Africa si continua a morire per condizioni acute, quasi sempre di origine infettiva: tubercolosi, Aids, diarrea, malaria, sepsi, morbillo, infezioni respiratorie. In Europa il «burden», ovvero l'onere più pesante, come lo definiscono gli specialisti, è di tutt'altra natura: diabete, malattie cardiovascolari e neurodegenerative, tumori (seno, colon, polmone, prostata, pancreas), asma e broncopneumopatia cronico ostruttiva (Bpco). Segno che a scandire la nostra esistenza è il benessere in cui viviamo, mentre la vita dei nostri antenati è minata da condizioni per cui sono in molti, a queste latitudini, a considerare impossibile perdere la vita. Ma non è il caso di stupirsi, perché da una parte c'è un mondo che oggi può contare sui principali determinanti che hanno allungato la vita media: ovvero la sanificazione delle acque, lo sviluppo sociale e il progresso della medicina. Dall'altra, che ha lo stesso peso se si ragiona per numero di abitanti, «manca l'accesso ai servizi sanitari essenziali e ogni anno 15 milioni di persone muoiono nei primi cinque anni di vita, per condizioni che consideriamo prevenibili o trattabili», ricorderà Vella, che nel corso della sua carriera si è occupato principalmente di lotta all'Hiv. 


Nel mondo ci sono tumori da ricchi e tumori da poveri


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15-03-2018
SALUTE PER TUTTI IN UN MONDO GLOBALIZZATO

Numeri che per gli esperti fanno statistica, ma dietro i quali ci sono persone, storie, famiglie. Quanti di noi considerebbero possibile morire per colpa della diarrea? Succede, dove non arrivano gli antibiotici per curare le infezioni (mentre noi spesso ne abusiamo) e le flebo per reidratare i pazienti (a rischio sono soprattutto i bambini). Si può morire per il morbillo? Sì, ma a differenza nostra, che ne stiamo tornando a parlare in conseguenza dell'avversione ai vaccini, dall'altra parte del mondo c'è chi farebbe carte false per averli, ma spesso rimane senza speranza. Sono queste iniquità, palesemente antidemocratiche, a determinare un divario così ampio nell'aspettativa di vita. Da qui la necessità di investire sulla salute, a tutte le latitudini. «La salute è un diritto fondamentale di ogni uomo che vive su questa terra - afferma Vella -. Ma se anche ragionassimo per egoismi, in un mondo globalizzato ci muoviamo tutti: e verso tutte le latitudini. Motivo per cui, se non vogliamo troppe preoccupazioni, dobbiamo incentivare lo sviluppo sanitario ovunque. E a questo sforzo deve contribuire anche chi è lontano: istituzioni, organizzazioni non profit, professionisti sanitari».


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AIDS ED EBOLA COME ESEMPI

A riguardo, secondo Vella, ci sono due esempi emblematici: quello dell'Aids e quello dell'ebola. Nel primo caso «oggi abbiamo dei farmaci che permettono di convivere con la malattia: di progressi ne abbiamo fatti tantissimi, eppure permangono ancora delle disparità nell'accesso alle cure». Quanto all'ebola, «conosciamo la malattia da quarant'anni, ma abbiamo iniziato a preoccuparcene soltanto quando è arrivata in Europa. A quel punto, in poco più di due anni, siamo riusciti a realizzare un vaccino che, nell'ultimo anno, s'è dimostrato efficace a più riprese». Lo stesso impegno, secondo l'esperto, andrebbe rivolto alle altre emergenze che riguardano i Paesi in via di sviluppo: detto dell'Aids («la violenza e la prostituzione fanno sì che, in alcune zone dell'Africa Subsahariana, un adolescente su due sia sieropositiva»), ci sono anche la tubercolosi, la malaria, i tumori della cervice uterina (provocati dal papillomavirus). Da subito, indipendentemente dal rischio che queste malattie facciano capolino alle nostre latitudini. «Fornire salute vuol dire incentivare lo sviluppo dei popoli. Occorre ribaltare la prospettiva, senza immaginare che sia lo sviluppo a fare da traino per il benessere. È vero anche il contrario».


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DISUGUAGLIANZE ANCHE IN ITALIA

Quando si parla di disparità in tema di accesso ai servizi sanitari - tema a cui il Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi ha dedicato un intero documento - non ci si riferisce soltanto al confronto tra il mondo occidentalizzato e i Paesi africani, mediorientali o sudamericani. «La sanità divide l'Italia: maglia nera alla Campania», titolavamo meno di un anno fa, per rimarcare come nelle regioni meridionali del nostro Paese la probabilità di vivere meno a lungo è più alta rispetto al resto della Penisola. Le differenze balzano agli occhi quasi in ogni ambito della medicina: dalla cura dei tumori all'assistenza dei pazienti con una demenza senile. A parità di contributo fornito alle casse del Paese, una persona che risiede in Campania, in Puglia, in Calabria o in Sicilia è di fatto un cittadino di «serie B» rispetto a un coetaneo piemontese, lombardo, veneto o emiliano? «La questione è complessa, perché chiama in causa i ritardi delle diagnosi e l'accesso alle cure - chiosa Vella -. Da medico, di fronte a questi numeri, vorrei conoscere le cause che ne sono alla base. Da una parte, è vero, ci sono le liste di attesa: dettate soprattutto dalla carenza di personale. Ma è giusto considerare anche la bassa adesione agli screening, se parliamo dei tumori». La sintesi, così complessa da trovare, è però essenziale. La salute è uno strumento di pace e troppo spesso iniziamo a dimenticarcene anche alle nostre latitudini.


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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