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Hiv: contagi in calo, ma preoccupano le infezioni tra i giovani

pubblicato il 01-12-2017

Poco meno di 3500 i casi registrati nel 2016. Ma due adulti su tre arrivano tardi alla diagnosi. Oggi si celebra la giornata mondiale contro l'Aids

Hiv: contagi in calo, ma preoccupano le infezioni tra i giovani

Il numero dei nuovi infetti è in calo: 3451 nel 2016. Ma sono due gli aspetti che comunque non consentono di stare tranquilli, relativamente alle infezioni da Hiv: la mancata osservazione del medesimo trend tra i ragazzi con meno di 25 anni e il ritardo diagnostico negli over 50. Tasselli dello stesso mosaico che rendono ancora attuale la piaga dell'infezione e della malattia che ne può derivare: l'Aids, di cui come ogni 1 dicembre si celebra la giornata mondiale. «Di questo passo, difficilmente raggiungeremo ad arrestare l'epidemia da Hiv entro il 2030», mette in guardia Zsuzsanna Jakob, direttore generale Europa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. La considerazione chiama in causa tanto l'Italia quando gli altri Paesi del Vecchio Continente: dove il totale delle nuove infezioni supera quota ventinovemila. Ma alla base dell'emergenza ci sono cause differenti: la persistente diffusione delle droghe iniettive (a Est) e la trasmissione per via sessuale (negli Stati occidentali). 


L'unico trucco per battere l'Aids è il preservativo

 

Aids, i giovani ne sanno ancora troppo poco

Aids, i giovani ne sanno ancora troppo poco

01-12-2016
INTERESSE IN CALO PER L'HIV

Il trend dei nuovi casi di infezione in Italia - come documenta l'Istituto Superiore di Sanità - risulta in calo dal 2012: da 4140 a 3451, per un'incidenza pari a 5,7 nuovi casi ogni centomila abitanti. Tra le nazioni dell’Unione Europea, il nostro Paese si colloca al tredicesimo posto in termini. Nel 2016, le regioni con l’incidenza più alta sono state la Lombardia (691), il Lazio (557), l’Emilia Romagna (328) e la Toscana (292). Ma a preoccupare, nel contesto italiano popolato da centocinquantamila sieropositivi, è che l’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di età compresa tra 25 e 29 anni. Si tratta di un dato non nuovo, anzi: è una costante dell'ultimo quinquennio. Ma non per questo può essere preso sotto gamba. Il successo delle terapie anti-Hiv ha generato l’errata percezione di un problema risolto. Il calo di interesse c’è stato a tutti i livelli: popolazione, istituzioni e comunità scientifica. Ma l'effetto più facilmente percepibile è quello della scarsa consapevolezza dei giovani adulti e dei teenager, nati a cavallo o subito dopo la grande paura vissuta tra gli anni '80 e '90.  

MALATTIE SESSUALMENTE TRASMESSE:
COME LE SI PUO' PREVENIRE?

L'HIV NON HA ETA'

Assieme all'allungamento della vita media, anche la vita sessualmente attiva si è oggi prolungata. Non deve stupire dunque l'incremento di nuove diagnosi negli over 50. «Una diagnosi su cinque di infezione da Hiv avviene in persone adulte e l'incidenza è pressoché analoga tra i due sessi», conferma Andrea De Luca, direttore della clinica di malattie infettive dell'Università di Siena. A preoccupare, più che il ritrovarsi di fronte per la prima volta pazienti più grandi di quelli con cui si aveva a che fare fino a poco più di un decennio addietro, è il ritardo diagnostico. «In Italia in un caso su due la malattia viene riscontrata in una fase molto avanzata - conferma l'esperto -. Mentre nel biennio compreso tra il 2009 e il 2011, le diagnosi tardive rappresentavano appena il 14 per cento dei casi». Aggiunge Antonella D'Arminio Monforte, direttore dell'unità di malattie infettive del polo universitario Santi Paolo e Carlo di Milano. «Oltre alle diagnosi tardive, ce ne sono altre che continuano a essere sommerse e che coinvolgono probabilmente persone che non hanno attribuito un rischio reale a rapporti eterosessuali avuti in passato. Si tratta di adulti ora sulla cinquantina, che non si sono mai poste il problema del test in quanto non si percepivano a  rischio». 


Guarire dall'Hiv è un evento rarissimo


ESSERE SIEROPOSITIVI NON VUOL DIRE AVERE L'AIDS

Altri aspetti salienti dell'Hiv nel nostro Paese riguardano la prevalente incidenza maschile (sia tra omo sia tra eterosessuali), l'incremento delle diagnosi tra i migranti (il 35,8 per cento in Italia: l'11 per cento nel 1992), la flessione nelle diagnosi di Aids (778) e la stabilità del numero dei decessi provocati dalla malattia. Essere sieropositivi vuol dire essere entrato in contatto con il virus, ma non per questo condannati a sviluppare la malattia: evitabile seguendo un'adeguata terapia farmacologica. Prima si comincia, meglio è: ecco spiegata l'opportunità di una diagnosi tempestiva. Senza dimenticare che sempre più studi evidenziano come l'aspettativa di vita dei sieropositivi sia paragonabile a quella del resto della popolazione.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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