Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora
Neuroscienze

Sul piano nazionale demenze l'Italia viaggia a due velocità

pubblicato il 09-08-2017
aggiornato il 23-08-2017

Sei Regioni non hanno ancora recepito il documento che detta le linee guida per la gestione delle demenze. Al Sud mancano centri diurni e strutture residenziali

Sul piano nazionale demenze l'Italia viaggia a due velocità

Un piano ad hoc esiste da quasi tre anni. Ma per far fronte all'emergenza sociale rappresentata dalle demenze, che colpiscono cinquanta milioni di persone nel mondo, con una nuova diagnosi ogni tre secondi, ci sono sei Regioni (oltre la Provincia autonoma di Bolzano) che non hanno ancora recepito il documento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre del 2014. Si tratta della Basilicata, del Molise, della Sardegna, dell'Abruzzo, della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia. Aree in cui, non essendo stato recepito il piano nazionale, non è stato possibile nemmeno venire a conoscenza di quelle che sono le intenzioni su base locale per far fronte all'aumento delle diagnosi di Alzheimer: che tra le forme di demenza senile, è la più diffusa. Questi dati, secondo Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, dimostrano «come nel complesso l'Italia rimanga carente sul fronte della disponibilità e ancora più nell’accessibilità dei servizi di assistenza, a cui si aggiunge un basso riconoscimento della demenza come priorità di salute pubblica».


Se la mente attiva ritarda i sintomi di Alzheimer

I CENTRI PER LA DIAGNOSI E IL TRATTAMENTO SONO ORMAI QUASI OVUNQUE

In effetti il nostro Paese, a fronte di un impegno in termini di ricerca che permette di collocarlo ai vertici europei se si considerano i risultati prodotti, potrebbe e dovrebbe fare di più per le persone affette da una forma di demenza. Osservando i dati riportati dall'Istituto Superiore di Sanità emerge infatti come la distribuzione dei servizi fra le regioni non sia rapportata all'estensione dei territori e alla densità abitativa registrata. Il piano individua la necessità di aver eun numero adeguato di tre livelli di strutture: centri deputati alla valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi cognitivi e demenze (Cdcd), centri diurni e residenziali. Colpisce, per esempio, il divario esistente nel primo caso tra la Campania e il Lazio. A (quasi) parità di residenti, di poco inferiori a sei milioni, nel primo caso si contano 78 centri deputati alla valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi cognitivi e demenze, mentre nel Lazio sono appena 34. Il singolo dato relativo alla Campania è il più alto, anche se le migliori prestazioni si registrano in Lombardia: dove ai 71 centri deputati alla valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi cognitivi e demenze si aggiungono 276 centri diurni e 137 residenze. 

MA SUI CENTRO DIURNI E LE RESIDENZE IL SUD È INDIETRO

È analizzando i numeri degli ultimi due livelli di strutture che emergono le principali lacune: diffuse sopratutto al Sud. Se in Lombardia i centri diurni sono 276, in tutto il centro-sud, dove vive il triplo della popolazione concentrata soltanto a Milano e dintorni, di strutture simili se ne contano appena settanta: con la Basilicata e la Calabria del tutto sguarnite. Non è messa meglio la Campania, dove si contano appena cinque strutture: di cui appena due a Napoli, capoluogo con poco meno di un milione di abitanti. Nemmeno il confronto sulla diffusione delle strutture residenziali, dove i malati vivono stabilmente, conforta. Basti pensare che nella sola Lombardia ve ne sono 137: poco meno di quelle (184) sparse in tutto il Mezzogiorno. In questo caso a recitare la parte di «Cenerentola» sono la Calabria e la Puglia: con il loro desolante dato pari a zero. «Al Sud, più che nel resto del Paese, lo Stato ha istituzionalizzato il fai da te - dichiara Nicola Ferrara, ordinario di medicina interna e geriatria all’Università Federico II di Napoli e presidente della Società di Gerontologia e Geriatria (Sigg) -. Vengono riconosciute in maniera diffusa pensioni e indennità, ma allo stesso tempo è lasciato alle famiglie l’onere di gestire una malattia che toglie energia ogni giorno: ai pazienti come ai loro parenti, sempre più di frequente costretti ad affidarsi alle badanti per far fronte all'assenza di strutture idonee a ospitare una persona affetta da demenza». 


Cosa fare in pensione per difendersi dall'Alzheimer

LE LACUNE SUL FRONTE DELLA PREVENZIONE E DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Il Piano, per com'è stato redatto, prevede la creazione di una rete integrata per le demenze. Tutto o quasi dovrebbe ruotare attorno ai centri deputati alla valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi cognitivi e demenze: chiamati a svolgere una parte attiva anche sul piano della prevenzione e della diagnosi precoce. Ma in realtà su questo aspetto emergono ulteriori criticità, sottolineate da Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golgi Cenci. «I punti deboli sono la conseguenza della regionalizzazione del Servizio sanitario nazionale. In questo caso occorre un successivo intervento a livello nazionale che definisca i parametri di funzionamento. La sensazione che per la demenza non ci sia nulla da fare va combattuta a tutti i livelli: da quello specialistico a quello familiare». 


Allenare corpo e mente per prevenire l'Alzheimer

FINLANDIA, PAESI BASSI E GRAN BRETAGNA PRIMEGGIANO IN EUROPE PER ASSISTENZA

A «rimandare» l'Italia sul piano dell'assistenza è stato anche il «Dementia Monitor Europeo 2017», il rapporto che confronta e valuta le strategie e le politiche dei Paesi europei di fronte alla sfida della demenza. Dall’indagine è emerso che nessun dei 36 Paesi considerati merita il punteggio pieno in tutte e dieci le categorie prese in esame: disponibilità di servizi di assistenza, loro accessibilità, rimborso dei medicinali, disponibilità di studi clinici, coinvolgimento della nazione nelle iniziative europee di ricerca sulla demenza, riconoscimento della demenza come priorità, sviluppo di iniziative a favore delle persone con demenza, riconoscimento dei diritti legali delle persone con demenza e dei loro familiari, ratifica dei trattati internazionali e europei sui diritti umani e riconoscimento dei diritti dei familiari riguardanti la cura e il lavoro. Persistono inoltre differenze significative tra uno e l’altro Stato. L’Italia è quello più impegnato, coinvolto e attivo nelle collaborazioni di ricerca europee, ma si posiziona solo a metà della classifica generale: con evidenti differenze tra i punteggi raggiunti nelle dieci categorie. Al primo posto, considerati tutti i punti presi in esame, s'è piazzata la Finlandia. A seguire: Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania, Scozia e Italia. Finlandia in testa anche nella speciale graduatoria per i servizi di assistenza, accompagnata da Paesi Bassi e Inghilterra anche per le migliori iniziative di inclusione e per lo sviluppo di comunità «amiche» della demenza.

 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza