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La nanorivoluzione che ci porterà un'agricoltura più pulita

pubblicato il 07-09-2012
aggiornato il 18-01-2017

Il futuro delle nanotecnologie visto da Kenneth Dawson, direttore del Centre for BioNano Interactions. Terapie meno tossiche, materiali più sicuri e meno veleni nell'ambiente. A patto di saper vigilare

La nanorivoluzione che ci porterà un'agricoltura più pulita

Kenneth Dawson dirige il Centre for BioNano Interactions (CBNI), centro di eccellenza sulle interazioni fra nanoparticelle e sistemi viventi, allo scopo di definire i criteri di sicurezza delle nuove terapie e dei nuovi materiali. Guida un gruppo di ricerca sulle bionanoscienze all'University College di Dublino, dov'è titolare della cattedra di Chimica fisica. A Venezia parlerà di interazione fra biologia e nanoparticelle e di nano-sicurezza.

Lei ha condotto studi nel campo delle bionanoscienze, interessandosi al rapporto fra nanoparticelle e sistemi viventi. Saranno le tecnologie dell’ultrapiccolo le chiavi che apriranno il mondo segreto (e spesso inaccessibile) del corpo umano, in primis del cervello?

La maggior parte di noi è convinta che molte malattie incurabili difficilmente si arrenderanno agli attuali approcci terapeutici, e che si debbano percorrere vie radicalmente nuove. Fra queste malattie io includerei l’Alzheimer, il Parkinson, la Sla, l’Hiv (si nasconde anche nel cervello), tumori cerebrali non trattabili, e altre ancora. Molti di noi credono, io per primo, che fra gli usi più promettenti delle nanotecnologie vi sia quello delle nanoparticelle ingegnerizzate (o targeted nanoparticles): capsule terapeutiche delle dimensioni di qualche milionesimo di millimetro, predisposte in modo da raggiungere in maniera selettiva il bersaglio. Le proteine (esse stesse delle nanoparticelle prodotte in natura) si muovono all'interno del nostro corpo con meccanismi naturali, è dunque probabile che ad alcune di queste malattie così difficili da attaccare si possa accedere solo tramite i naturali processi di trasporto. E questo si può fare solo in dimensioni nanometriche. Non più grandi, dato che le capsule terapeutiche sarebbero spazzate via dal sistema immunitario, né più piccole, dato che non sarebbero abbastanza simili alle proteine per essere inviate al bersaglio.

Può fare qualche esemplificazione?

Un esempio che mi appassiona è l'attraversamento della barriera ematoencefalica (che protegge il cervello dalle sostanze estranee e impedisce però il passaggio dei farmaci, ndr). Se capissimo come oltrepassarla (in modo sicuro per il malato) saremmo davvero in grado di colpire diverse malattie incurabili legate al cervello. I percorsi attraverso il cervello progettati da madre natura sono infatti in scala nanometrica. E' un'ipotesi plausibile che alla fine saranno le nanotecnologie l'unica risposta definitiva a questa sfida.

E quindi siamo vicini alla meta?

C'è ancora molta strada da fare per cantare vittoria, ma sono stati compiuti passi avanti. Bisogna stare attenti a non fare proclami e deludere chi ha fiducia in noi. Ma personalmente non vedo soluzioni alternative alle nanoscienze. Perciò, per me, la domanda non è se ce la faremo, ma se la nostra generazione riuscirà a mantenere le promesse. Lo spero.

Le nanotecnologie sono una nuova materia, e una nuova opportunità. Lei studia anche la “nanotossicità”. Sarebbe saggio bilanciare l'entusiasmo con una buona dose di cautela? Cosa sappiamo dei possibili rischi?

In medicina non c'è molto da preoccuparsi. Se riusciamo a rilasciare farmaci in maniera più mirata, ne possiamo usare meno e rischiare meno che vadano nel posto sbagliato. Così, in diagnostica e in medicina dobbiamo essere scrupolosi nelle valutazioni, ma le nanotecnologie sono la strada verso una minore tossicità e dosi più basse di farmaco, proprio perchè le progettiamo con grande attenzione.

Vi sono materiali realizzati con le nanotecnologie che rappresentano un rischio per l’uomo?

C'è  una legittima questione sui nanomateriali che non sono progettati specificamente per venire a contatto con l'uomo. E' il caso di alcuni prodotti di consumo che meritano una ragionevole prudenza. La ricerca ha dimostrato chiaramente che in molti casi le paure sono enfatizzate e causano timori ingiustificati. La realtà è che alcuni nanomateriali sono tossici, come qualunque altro materiale, ma siamo sempre più in grado di identificarli (e la gran parte sembra non avere tossicità fuori dell'ordinario). Certo, bisogna tenere alta la guardia, come sempre quando si tratta di nuove tecnologie, specialmente se usate in larghissima scala. Nanomateriali radicalmente nuovi miglioreranno molti aspetti della nostra società, ci faranno risparmiare e accumulare energia, ci daranno materiali più resistenti al fuoco per aerei e edifici più sicuri, ci faranno avere mari e fiumi più puliti. Ma dovremo essere sicuri che queste sostanze siano innocue.

E l'ambiente? La nanorivoluzione porterà benefici anche nella corsa globale a cibo sostenibile e acqua pulita?

Credo sia una questione fondamentale e davvero sottovalutata. Si tende a vedere le nanoscienze come una minaccia per l'ambiente (e questo, come ho già detto, va verificato con attenzione). Ma i potenziali cambiamenti portati dalle nanotecnologie sono l'esatto contrario. Le nanotecnologie in medicina sono chiaramente un modo per limitare e rendere più mirati i trattamenti, e il futuro ci mostrerà senza dubbio che lo stesso vale per pesticidi e nutrienti per piante e animali. Tendiamo a dimenticare che in agricoltura stiamo usando grandi quantità di sostanze tossiche riconosciute. E chi di noi coltiva la terra (è il mio hobby) conosce bene l'ansia di limitarne l'utilizzo per evitare danni all'ecosistema e alle risorse idriche. L'uso ben pianificato delle nanotecnologie ridurrà drasticamente la nostra dipendenza da queste sostanze tossiche e promuoverà un ambiente più sano e salutare, consentendoci di produrre le quantità crescenti di cibo sicuro per un mondo che ne ha davvero bisogno. Questo è il futuro. 

 

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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