Covid-19 e i rischi per la sicurezza alimentare nel mondo
La pandemia sta rendendo più difficile l'accesso al cibo da parte di chi vive nelle aree più povere del Pianeta. L'attualità del Nobel per la Pace 2020
Almeno sui tempi, nulla da dire. Il divario nell’accesso al cibo tra le diverse aree del Pianeta esiste da sempre. Ma mai come quest’anno, la scelta di assegnare il Nobel per la Pace al World Food Programme è risultata legata a doppio filo all’attualità. Con il suo carico di problemi, la pandemia di Covid-19 ha fatto scivolare in secondo piano il problema della fame: una realtà per quasi 700 milioni di persone nel mondo, già prima dell’emergenza sanitaria. Guai però a pensare che le difficoltà siano state superate. Anzi: la pandemia rischia di acuirle, ove non abbia già provveduto, in questo senso. Le possibili ripercussioni rischiano di riguardare la disponibilità di cibo, l’accesso da parte dei consumatori, la frequenza e la stabilità dei consumi. Questioni sollevate finora soltanto all’interno della comunità scientifica, che meritano però di essere approfondite alla luce dell’attenzione al tema dedicata dal Comitato norvegese e della Giornata mondiale dell’alimentazione, che punta ad accendere i riflettori sui temi della povertà, della fame e della malnutrizione.
COME QUEL CHE MANGIAMO PUO' RENDERCI SANI O MALATI?
CALA L’ACCESSO AL CIBO
In molti, all’inizio, immaginavano che la pandemia avrebbe reso tutti uguali. Poco alla volta si è invece capito che l’emergenza sanitaria non avrebbe fatto altro che allargare il divario già esistente tra i più abbienti e le persone con meno risorse. Una ricaduta inevitabile: sul piano economico, ma non solo. Come evidenziato in un’analisi pubblicata sulla rivista Science da quattro ricercatori del Centro di ricerca internazionale sulle politiche alimentari di Washington, Covid-19 minaccia anzitutto l’accesso omogeneo al cibo. Come? Andando a intaccare i redditi con i quali facciamo la spesa e mettendo di conseguenza le persone «fragili» di fronte a una scelta: privilegiare la qualità o comprare cibo più scadente, ma per tutti? Considerando peraltro che questa non è nemmeno la peggiore delle situazioni, perché a fronte di una crisi che rischia di vedere recedere l'economia mondiale del cinque per cento, c’è anche chi ha un’unica strada davanti a sé: ridurre la spesa per l’acquisto di alimenti. La «ritirata», secondo gli esperti, è ubiquitaria. Se da un lato è vero che a pagare il prezzo più alto della pandemia al momento risultano gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina, occorre considerare le ricadute economiche alle loro latitudini si stanno ripercuotendo anche sui Paesi a basso e medio reddito. Il calo del commercio, la riduzione del prezzo del petrolio e dei viaggi stanno gravando infatti soprattutto i conti dei Paesi più poveri.
A differenza dei precedenti legati all'aviaria e alla peste suina, Covid-19 non sta intaccando (e non dovrebbe intaccare) la produzione di alimenti di origine animale. Cosa che invece rischia di riguardare la produzione agricola. Un fenomeno a cui si inizia ad assistere per due ragioni: le difficoltà che i lavoratori stagionali stanno incontrando nello spostarsi tra i diversi Paesi e la necessità di garantire il distanziamento anche sui campi dove vengono portate avanti le colture di base (frumento, mais, soia), oltre che di frutta e verdura. Dall’analisi degli esperti, si evince che a soffrire maggiormente il carico della pandemia sono (ancora una volta) gli abitanti dei Paesi più poveri. «Perché vero è che qui spesso gli agricoltori sono più giovani, ma occorre anche considerare che, in caso di malattia, sarebbero costretti ad affidarsi a sistemi sanitari più deboli». Con un inevitabile rischio: quello di pagare un prezzo maggiormente elevato rispetto a chi si ammala (anche sul luogo di lavoro) in un Paese occidentale.