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Un futuro in lavoro remoto? Forse sì, ma non per tutti

pubblicato il 11-10-2020

Nel corso di «Science for Peace and Health», Tito Boeri fornirà gli spunti per guidare la probabile transizione del lavoro in maniera equa e sostenibile

Un futuro in lavoro remoto? Forse sì, ma non per tutti

Durante i mesi del lockdown, il lavoro in remoto (da casa) ha conosciuto uno sviluppo impetuoso. Più persone hanno cominciato a utilizzarlo e, tra coloro che erano già abituati a farlo, sono aumentate le ore lavorate con questa modalità.  Per diverse settimane, al di fuori delle cosiddette attività essenziali, non c’era altro modo di lavorare. Il lavoro in remoto è sembrato durante la pandemia l’unico modo per conciliare l’imperativo di contenere l’avanzata del virus e la scelta di salvaguardare l’attività economica. Ma si tratta davvero di smart working? Abbiamo scoperto un nuovo modo di lavorare che rivoluzionerà il mercato del lavoro? O si è trattato solo di una soluzione di ripiego adottata nell’emergenza e che verrà superata non appena usciremo da questo incubo?  

 

Ci sono molti altri lavori che non possono essere svolti in remoto, almeno con le tecnologie attuali. Sono in genere pagati di meno dei lavori che possono essere svolti in remoto. Il rischio epidemiologico era un pericolo di cui non eravamo minimamente consapevoli prima di Covid-19. In un recente lavoro abbiamo provato a classificare le diverse mansioni a seconda del loro grado di rischio, studiando in dettaglio le caratteristiche intrinseche di ogni occupazione così come descritta dai lavoratori interessati e dai loro datori di lavoro. Abbiamo poi stimato se le attività a maggiore rischio epidemiologico comportavano, prima di Covid-19, una compensazione per il maggiore rischio incorso dal lavoratore nello svolgere quelle mansioni, tenendo conto di tutti gli altri fattori che incidono sul salario (livello d’istruzione, età, genere, settore, regione di appartenenza, orario di lavoro, Paese di origine).

 

Queste stime dimostrano che in nessun Paese europeo, ma anche negli Stati Uniti, in Giappone e in Corea del Sud, i salari attribuivano un premio per il rischio epidemiologico. Semmai il fatto di svolgere attività che oggi consideriamo a rischio portava a una riduzione del salario, a parità di altre condizioni, rispetto ad altre mansioni. Questo sembra dirci che il rischio epidemiologico era qualcosa che non era preso in considerazione né dai lavoratori né presumibilmente dai datori di lavoro prima della pandemia. Certo, i più bassi salari in queste mansioni potrebbero anche essere dovuti al minor potere contrattuale dei lavoratori degli addetti a queste lavorazioni. Ma, se così fosse, dovremmo vedere differenze importanti nei salari relativi in queste mansioni fra i diversi Paesi, a seconda dell’importanza che in ciascuno di questi gioca la contrattazione collettiva. Così non è.

 

Oggi il rischio epidemiologico è ben presente a tutti ed è probabile che la consapevolezza di questi rischi rimarrà con noi ancora per lungo tempo, anche dopo che avremo il vaccino e potremo vincere definitivamente la guerra contro il coronavirus. C’è dunque una nuova dimensione importante che inciderà sulle scelte di prestare lavoro, sull’organizzazione dello stesso, sulle retribuzioni e sulle politiche del personale. Ne abbiamo già indicazioni nei Paesi in cui sono disponibili dati sul funzionamento del mercato del lavoro col coronavirus. In Svezia, dove il lockdown è stato di fatto volontario e quindi molte attività hanno continuato ad essere svolte in questi mesi, non solo la domanda di lavoro delle imprese, ma anche l’offerta di lavoro delle famiglie si è allontanata dai lavori a rischio epidemiologico.   

 

Nel corso del mio intervento a «Science for Peace and Health» (martedì 10 novembre alle 18.15) affronterò tre temi:

  • Valutare quanti siano i lavori a basso rischio epidemiologico allo stato attuale delle tecnologie


  • Cercare di identificare quali siano i lavoratori maggiormente a rischio di perdere il lavoro a seguito dei cambiamenti nella domanda di beni e servizi e di lavoro associata alla nuova consapevolezza del rischio epidemiologico

  • Discutere cosa si può fare per rendere il lavoro in remoto davvero smart e, alla luce di queste considerazioni, formulare alcune congetture su come verranno organizzati i lavori del futuro 



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