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Vivere in grandi città compromette il cervello

pubblicato il 26-05-2012
aggiornato il 18-01-2017

Individuato dall’Accademia delle scienze di Pechino un nuovo disturbo: chi cresce nelle megalopoli ha molto meno successo di quanti crescono tra alberi e animali. Lo psichiatra Vittorino Andreoli: «L’evoluzione spiega tutto: non ci ha adattati a un ambiente urbano sovraffollato delle nostre città»

Vivere in grandi città compromette il cervello

I cinesi hanno scoperto una nuova malattia a carico del cervello: il deficit di natura.  Chi nasce e cresce dentro una megalopoli  ha sette volte meno possibilità di avere successo rispetto a coetanei cresciuti a contatto con alberi e animali. Ancora: sottoposti a test di matematica, diritto, medicina il gruppo dei primi adolescenti risponde a un decimo delle domande che sanno superare i secondi. Non è un disturbo da poco, specie se si considera che ormai più della metà della popolazione cinese vive in megalopoli. Risulta pertanto  agli studiosi dell’Accademia delle scienze di Pechino, a conclusione di indagini durate dieci anni, che i due terzi dei ragazzi sotto i 30 anni in Cina sono affetti da deficit di natura. 

LA “SENSORY DEPRIVATION” -Studiare dunque non basta, ricreare il mondo sul computer non stimola una superintelligenza? Ne parliamo con lo psichiatra  Vittorino Andreoli. «Non mi stupisce questo nuovo disturbo, ci credo, perché ho presente 2 vecchi studi in particolare. Uno degli anni ’60 in cui si vide che bambini cresciuti, per i casi della vita, senza luce, in ambienti silenziosi, non accarezzati (sensibilità tattile), non sviluppavano adeguatamente il cervello. Si parlò allora di sensory deprivation, di carenza di stimoli sensoriali, indispensabili, si vide, per stimolare l’attività cerebrale».

IL POCO SPAZIO UCCIDE Continua Andreoli: «L’altro studio è di Luigi Valzelli dell’Istituto Mario Negri, vi ho assistito anch’io: se in una gabbia per ratti adatta  a 2 o 3 animali se ne mettono di più, oltre un certo numero scatta la reazione che porta ad ammazzare gli ultimi arrivati. In questo caso la violenza estrema deriva da “appena” una ristrettezza di spazio. Cosa voglio dire? Sulla base di queste due premesse è credibile, anzi certo che l’ambiente contribuisce a generare comportamenti patologici e quanto hanno riscontrato in Cina, più che deficit di natura, data la gravità dovrebbe essere battezzato “cretinismo”. Lo dico nel senso della classificazione psichiatrica che fece a fine ‘700 Philippe Pinel, quello che liberò i malati di mente dalle catene».

Un altro esempio? «L’edificazione di una “Casa per la salute della mente” in Val D’Aosta per il recupero di giovani malati di dipendenze non chimiche (internet, tv, sesso) dentro 50 ettari di bosco. Si vide presto che su quegli adolescenti l’immersione  nella natura produceva un effetto sedativo. Il cronista che fece un servizio tv parlò di “terapia della natura”, ed è stato un termine ben scelto. Infatti ai depressi in Scozia il medico può prescrivere proprio 15 giorni sulla costa spagnola a spese del servizio sanitario statale. Cura di natura. La luce fa bene ai depressi. Prima li mandavano in Italia, ma con i nostri prezzi ce li siamo giocati».

HOMO SAPIENS O STUPIDUS? Un passo indietro, nell’evoluzione: «La storia dell’uomo è quella di un continuo adattamento alla natura, con mutazioni genetiche che nei millenni si sono verificate per renderci idonei a questo ambiente. Siamo lo stesso uomo di cento anni fa, solo che oggi quest’uomo è messo in scatoline dentro scatoloni: non si è ancora verificato alcun adattamento biologico a questo nuovo habitat ». Vittorino Andreoli non sa rinunciare a chiudere con una battuta: «Nella scala di Darwin dopo la comparsa migliaia di anni fa dell’homo sapiens, ci siamo definiti più recentemente homo sapiens sapiens. Mentre stiamo andando verso l’homo stupidus stupidus, non soltanto in Cina».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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