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Cardiologia

Car-T: una prospettiva per curare anche le malattie del cuore?

pubblicato il 18-10-2019

Insufficienza cardiaca, si aprono nuove prospettive di cura con le Car-T. Nei topi fibrosi ridotta ricorrendo ai linfociti T ingegnerizzati in laboratorio

Car-T: una prospettiva per curare anche le malattie del cuore?

Le Car-T, l'ultima frontiera della lotta contro i tumori, potrebbero presto trovare un'applicazione anche per «riparare» il cuore. Questo è lo spiraglio aperto da un gruppo di ricercatori dell'Università della Pennsylvania, che ha testato la possibilità di trattare la fibrosi cardiaca ricorrendo alle cellule del sistema immunitario manipolate in laboratorio. L'esperimento, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista Nature, è stato condotto soltanto su modello animale (topi). Ma visti i risultati, non è da escludere che «con questo approccio si vada oltre l'oncologia, per trattare alcune malattie cardiache», per dirla con Haig Aghajanian, ricercatore del dipartimento di biologia dello sviluppo dell'ateneo di Philadelphia e prima firma della pubblicazione.


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UN CUORE «DURO» POMPA MALE IL SANGUE

Gli scienziati hanno valutato l'efficacia delle Car-T nel trattamento della fibrosi cardiaca, caratterizzata dall'ispessimento del connettivo nel tessuto muscolare del cuore. Questa condizione si verifica solitamente a causa di un indebolimento del miocardio, a seguito di un infarto o comunque con il protrarsi (e l'aggravarsi) dell'ipertensione. Il cuore, in queste situazioni, diventa più «rigido» e meno efficiente nella distribuzione del sangue in tutto l'organismo. Se perdurante nel tempo, la fibrosi può determinare l'insorgere di un'insufficienza cardiaca: condizione a oggi irreversibile. Non sono infatti disponibili farmaci in grado di riportare alle origini l'architettura del cuore, chiamato ad assolvere il compito di «pompa» con la rimanente parte sana.

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COME FUNZIONANO LE CAR-T

Complice lo sviluppo di tecniche di manipolazione del Dna sempre più precise, oggi gli scienziati possono intervenire sul codice genetico delle cellule immunitarie. La metodica in questione consiste nel prelievo dei linfociti T del malato, che vengono modificati in modo tale che sulla superficie compaia un particolare recettore chiamato Car (Chimeric Antigenic Receptor). La sua presenza determina un potenziamento dei linfociti grazie al quale, una volta reinfusi nel paziente, questi possono riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo: fino a eliminarle completamente. Un approccio di questo tipo è già in uso anche in Italia nei confronti di pazienti con non più di 25 anni colpiti da una leucemia linfoblastica acuta (a cellule B) e per gli adulti alle prese con un linfoma diffuso a grandi cellule B. Nessuna applicazione analoga è invece autorizzata in ambito cardiologico.


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CAR-T PER RIPARARE IL CUORE

Per provare a ricostruire la corretta architettura del cuore, i ricercatori hanno ingegnerizzato i linfociti dei topi, in maniera da permettere loro di attaccare dei bersagli «esposti» sui fibroblasti cardiaci danneggiati. Dopo aver osservato che, agganciandosi a un antigene messo appositamente sulla loro superficie, intercettavano le cellule del connettivo e riducevano la fibrosi cardiaca, il team coordinato da Jonathan Epstein ha compiuto un passaggio ulteriore, ricercando un possibile bersaglio normalmente esposto sulle cellule cardiache. Questo è stato riconosciuto nella proteina di attivazione dei fibroblasti (Fap), «aggredita» dai linfociti T ingegnerizzati. In un solo mese di trattamento, i ricercatori hanno osservato una riduzione della fibrosi: col conseguente miglioramento della funzionalità cardiaca. «La capacità di sfruttare le cellule dei pazienti per combattere il cancro è stata una delle scoperte più promettenti degli ultimi dieci anni - afferma Epstein -. Per la prima volta abbiamo sfruttato lo stesso approccio nei confronti di una condizione a carico del cuore. Serviranno diversi anni di ricerche, ma speriamo che con le Car-T sia possibile invertire la progressione dell'insufficienza cardiaca».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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