«If you don’t call it art, you’re likely to get a better result». Joshua Cohen fa sua frase di Brian Eno e si inventa, nel suo fantastico «Il libro dei numeri», uscito negli stati Uniti nel 2015 e portato in Italia nel 2019 da Codice edizioni, il personaggio di uno sciamano contemporaneo capace di sdoppiarsi e di attraversare il tempo alla velocità del pensiero, per ribadire che oggi conta di più il progetto dell’opera finita.
In realtà, in questa folle narrazione lo sciamano è uno scrittore fallito a cui viene richiesto di scrivere della vita del fondatore della più importante azienda di tecnologia del mondo. Il caso vuole che entrambi portino lo stesso nome: le loro biografie si intrecciano e si confondono. La linea regolare dello storytelling a cui siamo abituati termina qui, perché il libro di Cohen si trasforma in uno strano oggetto capace di assorbire stratificazioni temporali e concettuali: il presente, la storia, Internet, l’ossessione di controllo da parte dei governi, le religioni, il mondo dell’editoria, le aspirazioni degli scrittori, gli amori sofferti.






