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Daniele Banfi

Epatite Delta: meno conosciuta, più aggressiva. Oggi si può curare

pubblicato il 28-03-2022


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L'epatite Delta può manifestarsi solo se è presente l'epatite B. Molto aggressiva rispetto a quest'ultima, oggi è disponibile un nuovo farmaco per affrontarla. In molti non sanno però di essere positivi

Epatite Delta: meno conosciuta, più aggressiva. Oggi si può curare

L'epatite Delta è la meno conoscita tra tutte le epatiti virali che colpiscono il fegato. Eppure, a differenza delle sorelle, è la più severa poiché progredisce ad una velocità 10 volte maggiore. A differenza del passato oggi anche per l'epatite Delta esistono però delle cure specifiche. Un esempio è bulevirtide, una nuova molecola capace di ridurre l'impatto del virus dopo anni di sostanziale stallo. Ma pur avendo una nuova arma a disposizione, è il sommerso a preoccupare. Solo un paziente su due con epatite B (l'infezione con la Delta è possibile solo se si è positivi alla B) viene testato per la presenza del virus Delta. Sono questi i messaggi emersi dal Congresso Nazionale AISF – Associazione Italiana per lo Studio del Fegato da poco conclusosi a Roma.

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IDENTIKIT DELL'EPATITE DELTA

L'epatite Delta è un'infezione virale del fegato causata da un virus a RNA che utilizza una parte del virus dell'epatite B per replicarsi. Questo significa che questa forma virale, per compiere il suo ciclo e manifestarsi, ha bisogno che la persona sia infettata dall'epatite B. I pazienti positivi per epatite Delta hanno dunque una doppia infezione. Scoperta dall'italiano Mario Rizzetto a fine anni '70, si stima che nel mondo sia presente in circa 10-20 milioni di persone e che circa il 10% di coloro con che sono positivi al virus dell'epatite B lo siano anche alla forma Delta.

MALATTIA AGGRESSIVA E POCO CONOSCIUTA

«L'epatite Delta è, tra le diverse epatiti, la più severa in quanto progredisce assai rapidamente, fino a 10 volte di più rispetto all’Epatite B -spiega il professor Alessio Aghemo, Segretario AISF e responsabile del centro per lo studio e la cura delle patologie metaboliche del fegato e delle complicanze delle cirrosi all'Istituto Clinico Humanitas di Milano-- L’infezione provoca un’infiammazione cronica che genera necrosi, le cellule epatiche vanno incontro a mutazioni genetiche, che alla fine determinano un clone cellulare che si espande fino a diventare epatocarcinoma. Se per l’Epatite B esistono trattamenti efficaci, finora non si è potuto dire altrettanto per la Delta. Inoltre, vi è il problema della rilevazione: meno di un paziente su due con epatite B è testato per la Delta. Anche nei centri epatologici spesso c’è poca formazione, sebbene siano sufficienti semplici esami del sangue per diagnosticarla. Questo fa sì che vi sia un notevole sommerso e che le diagnosi siano spesso tardive, lasciando che il virus danneggi il fegato e che, tra coloro che non sono protetti da vaccino, si diffondano i contagi, che possono avvenire per via parenterale e sessuale».

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LA SITUAZIONE IN ITALIA

Secondo le più recenti stime si calcola che in Italia siano circa 15 mila le persone con la malattia. Un numero tutto sommato esiguo frutto dell'obbligatorietà vaccinale per l'epatite B. «L’Italia è stata uno dei paesi pionieri nel rendere obbligatoria la vaccinazione per l’Epatite B, che previene ovviamente anche l’Epatite Delta, tanto che siamo uno dei pochi paesi con un tasso di vaccinazione per epatite B nei nuovi nati superiore al 90%. Per questo nella popolazione tra 0 e 40-45 anni questo virus è quasi del tutto assente e ancor meno si manifesta la Delta. Queste epatiti, invece, si riscontrano soprattutto nei giovani non nati in Italia o nella fascia over 45. In altri Paesi, come quelli dell’est Europa, c’è un tasso di vaccinazione più basso e una prevalenza più alta» spiega Aghemo.

LE CURE

Sul fronte delle terapie, come fu per l'epatite C per decenni, l'unica strategia utilizzata prevedeva la somministrazione dell'interferone, molecola non utilizzabile nei pazienti anziani e fragili a causa dei forti effetti collaterali. Una situazione che si è sbloccata con l'arrivo di bulevirtide. «Questo farmaco è unico per meccanismo d’azione e somministrazione. Rappresenta un progresso rivoluzionario perché permette di trattare anche senza interferone pazienti che prima non potevano ricevere alcuna terapia –evidenzia Pietro Lampertico, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano–. Gli studi in monoterapia suggeriscono la possibilità di avere per adesso alla settimana 24 una riduzione di circa 2-2,5 logaritmi di viremia, con una risposta virologica nel 50% e una risposta biochimica nel 50% dei pazienti. Gli studi vanno avanti e al prossimo Congresso di giugno dell'Associazione Europea per lo Studio del Fegato (EASL) verranno presentati i dati alla settimana 48 dello studio registrativo del farmaco in monoterapia. La possibilità di dare questo farmaco a pazienti non trattabili con interferone rappresenta la prima e unica alternativa al trapianto di fegato, garantendo loro la sopravvivenza. I pazienti affetti da epatite Delta, così come quelli che hanno Epatite B, non possono guarire definitivamente, ma già questo risultato è straordinario, tanto più che spesso l’identikit del paziente affetto da questa patologia riguarda persone di 45 anni, frequentemente di sesso femminile, che muoiono di scompenso o di cancro. Un farmaco che blocca la replicazione del virus normalizza le transaminasi e aumenta la sopravvivenza. Il futuro sarà caratterizzato da terapie di combinazione tra diversi farmaci che sono attualmente in studio». 

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Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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