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Daniele Banfi

Quelli che “non rispondono al vaccino”: è utile la profilassi con i monoclonali?

pubblicato il 30-07-2021

L’utilizzo profilattico non rappresenta una strategia utile per chi non risponde alla vaccinazione. Monitoraggio ed intervento precoce con i monoclonali la strada da seguire

Quelli che “non rispondono al vaccino”: è utile la profilassi con i monoclonali?

L’obbiettivo principale della vaccinazione per Covid-19 è indurre lo sviluppo di una risposta immunitaria contro la proteina spike di Sars-Cov-2. Esiste però una piccola quota di persone che per diverse ragioni non riesce a rispondere, in particolare non produce anticorpi specifici contro il virus. Sono i cosiddetti non-responder. Inizialmente si era ipotizzata la possibilità di effettuare in questi soggetti una profilassi somministrando loro con anticorpi monoclonali, cioè anticorpi anti-spike prodotti artificialmente prima dell'infezione. “Una strategia che non trova riscontro scientifico a causa dell’estrema variabilità del virus e dall’esigua emivita della terapia. In queste persone meglio monitorare attentamente la presenza del virus ed intervenire con i monoclonali sono in caso di positività”. E’ questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato da Patrizia Rovere Querini, immunologa, direttrice del Programma strategico di integrazione Ospedale Territorio dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele.

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IDENTIKIT DEL NON-RESPONDER

Che i vaccini per contrastare Covid-19 siano un successo non c’è ombra di dubbio. Estremamente sicuri, i vaccini si sono dimostrati utili nel ridurre in maniera tangibile il numero di nuovi casi, ricoveri e decessi. Esistono però casi in cui la vaccinazione non ha effetto, ovvero non è in grado di generare gli anticorpi diretti contro la spike che il coronavirus utilizza per entrare nelle nostre cellule. “Questo fenomeno -spiega la professoressa- si verifica per ragioni che non comprendiamo ancora a pieno. In alcuni casi è una questione di polimorfismi genetici, ovvero caratteristiche particolari scritte nel Dna delle nostre cellule immunitarie, che fanno in modo che la produzione di anticorpi contro quel particolare antigene sia scarsa o assente. In altri la questione è relativa allo stato di salute della persona come nel caso dei pazienti immunodepressi. In queste persone la risposta al vaccino è spesso molto debole. In uno studio recente su oltre 45000 soggetti vaccinati, si è identificata anche una popolazione 'low responder', in genere soggetti in età geriatrica (oltre i 75), maschi e in condizione di salute non soddisfacenti. I soggetti “non responder” o “low responder” sono meno protetti dalla vaccinazione.

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L'IDEA DEGLI ANTICORPI MONOCLONALI

Nella lotta a Covid-19, come detto, gli anticorpi giocano un ruolo cruciale. Sin dai primi mesi della pandemia il loro isolamento dal plasma dei pazienti e la successiva produzione su larga scala è parsa una delle possibili soluzioni per neutralizzare il coronavirus. E' questo il caso degli anticorpi monoclonali, anticorpi riprodotti in laboratorio in quantità potenzialmente illimitata che rappresentano un concentrato delle migliori armi del sistema immunitario per colpire il virus. Una strategia che nel tempo si è dimostrata utile su alcune tipologie di pazienti. Ma oltre al loro utilizzo in chiave terapeutica gli scienziati, prima che sbarcassero sul mercato i vaccini, hanno pensato di utilizzare i monoclonali come profilassi. L’idea di fondo era quella di fornire alle persone gli anticorpi utili a proteggerli in caso di infezione. Una strategia su cui non si è più fatto affidamento proprio per l’arrivo dei vaccini.

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PROFILASSI NON OPPORTUNA

Cosa fare però con tutti quegli individui che non rispondono alla vaccinazione? L’utilizzo dei monoclonali potrebbe essere una soluzione? “Purtroppo -continua la Rovere Querini- tale strategia non può essere utilizzata per varie ragioni. Ad oggi non sappiamo l’emivita -ovvero quanto persistano questi anticorpi una volta somministrati- e soprattutto non sappiamo se quel determinato anticorpo monoclonale sarà attivo contro il virus che andremo ad incontrare in caso di infezione. Il rischio è quello di somministrare un qualcosa che dopo pochi giorni non risulta più in grado di svolgere la sua funzione”. Non solo, alcuni studi hanno dimostrato che l’utilizzo di monoclonali che non si adattano alla perfezione alla variante che incontrano, può dare vita alla genesi di nuove varianti potenzialmente più pericolose.

MONITORARE ED INTERVENIRE

Attenzione però a pensare che non vi sia nulla da fare per questa categoria di pazienti che non risponde alla vaccinazione. La soluzione arriva comunque dagli anticorpi monoclonali. “Anziché utilizzarli come profilassi, l’atteggiamento più ragionevole è quello di monitorare strettamente tutte quelle persone che sappiamo non rispondere ai vaccini e che sono a rischio. Al minimo sintomo deve essere effettuato un tampone in modo che, in caso di positività, si possa intervenire selezionando la combinazione di monoclonali corretta in base alla variante che ha scatenato l’infezione” spiega l’esperta. Somministrazioni che se effettuate nel giro di 3-4 giorni dall’insorgenza dei sintomi possono far cambiare in meglio l’evoluzione della malattia. “Di fondamentale importanza è l’organizzazione. Occorrono degli hot-spot, dedicati a questo tipo di pazienti, in cui il medico di base possa segnalare immediatamente la persona a rischio ed avviarla ad eseguire gli accertamenti del caso nel giro di poco. Il tempo in questo caso è tutto” conclude la Rovere Querini.

 

 

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Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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