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Variante Delta: più contagiosa ma i vaccini funzionano

pubblicato il 24-06-2021

La variante isolata in India diventerà a breve predominante in Europa. Casi in aumento tra i non vaccinati. La vaccinazione, in due dosi, funziona e la neutralizza

Variante Delta: più contagiosa ma i vaccini funzionano

Più il virus si replica e più si creano varianti. Tra le tante, la Delta -identificata per la prima volta in India- risulta essere più contagiosa della alfa (quella inglese, per intenderci). Una caratteristica che sta portando ad una nuova ondata di contagi. Attenzione però a facili fraintendimenti: i vaccini neutralizzano anche questa variante. La prova? I nuovi casi riguardano prevalentemente i giovani, ovvero le persone non ancora vaccinate o in attesa di seconda dose. Non a caso, a dispetto del numero dei casi, la pressione sugli ospedali non è paragonabile all’ondata precedente.

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CHE COSA SONO LE VARIANTI

Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di “copiatura” nel proprio codice genetico. Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Sul fronte Sars-Cov-2 quando queste mutazioni si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolare condizioni (come l’infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale.

L’IDENTIKIT DELLA VARIANTE DELTA

Tra le varianti ad oggi isolate quella che più ha destato preoccupazione è la variante alfa, isolata in Inghilterra nel mese di dicembre e diffusasi nel mondo intero nel giro di pochi mesi. A differenza di altre varianti, quella alfa si è diffusa ed è divenuta predominante grazie alla sua elevata contagiosità, di circa il 60% superiore rispetto a Sars-Cov-2 isolato in origine. Una caratteristica, quella della maggior contagiosità, che si è tradotta in un numero elevatissimo di contagi, ricoveri e decessi nei mesi invernali del 2021. Ora la variante alfa, nel giro di qualche tempo, sarà un lontano ricordo. A prendere il suo posto sarà la variante Delta, isolata in India. Ed è ciò che sta accadendo, ad esempio, in Inghilterra e che accadrà in tutta Europa in poco tempo. Il perché è presto detto: secondo gli studi epidemiologici effettuati proprio in Inghilterra, la variante delta sembrerebbe essere più contagiosa della alfa almeno del 40-50%. Un virus dunque che si sta evolvendo verso una contagiosità massima. Alla base di questa maggiore contagiosità sembrerebbe esserci una particolare mutazione, P618R.

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L’AUMENTO DEI CASI

Maggiore contagiosità che in Inghilterra si sta traducendo in un nuovo incremento di nuovi casi. Attenzione però alle facili interpretazioni. I fattori che portano a modificare il famoso indice Rt (indice di trasmissibilità) -ovvero il numero medio delle infezioni prodotte da ciascun individuo infetto- sono moltissimi. Tra questi, quello più importante in grado di portare il virus ad “estinguersi” è la percentuale di individui immunizzati. Ma la famosa immunità di gregge al momento, anche se in Inghilterra molte sono le persone vaccinate, non è stata ancora raggiunta e la percentuale da raggiungere dipende anche dalla contagiosità del virus. Ecco dunque spiegato il perché della risalita dei casi.

CHI SI AMMALA?

Ma c’è di più. I soli numeri dei nuovi contagi dicono poco se non li si mettono in relazione alle caratteristiche delle persone contagiate. Nelle aree del Paese dove la variante delta è predominante, la maggior parte dei nuovi contagi riguarda le fasce di età molto giovani, ovvero quella non vaccinate. Al contrario, nelle fasce di età over-60 -le prime a ricevere il vaccino- l’aumento non si sta verificando. C’è un però: nei nuovi casi rientrano anche i vaccinati ma in attesa di ricevere la seconda dose. Un recente studio ha infatti dimostrato che l’efficacia contro la variante delta di una sola dose di Comirnaty e Vaxzevria si attesta intorno al 30%. Con le due dosi invece si ritorna a percentuali elevatissime. Dal momento dunque che i nuovi casi si registrano nelle fasce di età più giovani -e dunque meno soggette all’aggravarsi della malattia tanto da richiedere il ricovero-, a parità di contagi con le ondate precedenti la pressione sugli ospedali -vero problema per il sistema sanitario- non è assolutamente quella dei mesi scorsi. Non a caso il numero di decessi rimane estremamente basso a dispetto dei contagi.

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I VACCINI FUNZIONANO

E a riprova dell’efficacia dei vaccini, sono diversi gli studi che confermano l’utilità della vaccinazione nei confronti della variante delta. Il primo arriva direttamente “dal campo”: il Public Health England ha valutato una riduzione di solo 8 punti percentuali nell’efficacia della vaccinazione nell’evitare la malattia sintomatica. Di soli 3 punti percentuali nell’evitare forme severe della malattia. Gli altri derivano da studi in vitro sulla capacità degli anticorpi indotti dai vaccini nel neutralizzare le diverse varianti. Un esempio è l’ultimo studio apparso su Cell dove si mostra come sono altre le varianti -beta, ad esempio- ad avere maggiori caratteristiche di sfuggire parzialmente agli anticorpi.

RIDURRE LA CIRCOLAZIONE VIRALE

Le varianti, dunque, rappresentano sì un qualcosa da monitorare per capire il “nemico” che si ha di fronte. In particolare sarà importante capire quale forma di Sars-Cov-2 si ha di fronte nei casi in cui la persona si reinfetta o sviluppa la malattia nonostante la vaccinazione. Ma al momento, per quanto riguarda la perdita di efficacia della vaccinazione, nessuna variante si è dimostrata capace di eludere il sistema immunitario. Per evitare però che nel tempo si formino ulteriori varianti, la strategia principe è la vaccinazione. Meno il virus circola, meno replica, minori saranno le probabilità di generare varianti.

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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