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Daniele Banfi

Variante Omicron: tutto ciò che conosciamo dati alla mano

pubblicato il 28-11-2021


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Nessuna informazione sulla contagiosità e sulla capacità di evadere la risposta immunitaria. La vaccinazione rimane l'arma fondamentale. Ecco cosa sappiamo sulla Omicron e i possibili scenari futuri.

Variante Omicron: tutto ciò che conosciamo dati alla mano

La variante Omicron, la forma virale di Sars-Cov-2 isolata per la prima volta in Sudafrica nelle scorse settimane, è diventata il tema principale di discussione della pandemia Covid-19. Dei primi casi isolati nel continente africano -che hanno portato ad alcune restrizioni specialmente nei voli aerei-, in queste ore i casi notificati in Europa e Stati Uniti sono una costante. Tutto nasce dall'analisi del "nuovo" virus, caratterizzato da diverse mutazioni in più nella proteina spike rispetto alla variante Delta. Ma a dispetto del caos mediatico, attualmente non ci sono dati per stabilire né che la variante Omicron sia più virulenta né che gli anticorpi generati dal vaccino non riescano a neutralizzarla.

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CHE COSA SONO LE VARIANTI?

Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di “copiatura” nel proprio codice genetico. Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Un esempio è il virus influenzale, talmente mutevole in alcune porzioni da dover richiedere, per la buona riuscita di un vaccino, un aggiornamento annuale. Sul fronte Sars-Cov-2 quando queste mutazioni -che avvengono ad un ritmo inferiore rispetto al virus influenzale per via della presenza di un enzima capace di correggere- si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolare condizioni (come l’infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale. Ecco perché una sola mutazione, in sé, non può generare una nuova variante. Rispetto al virus originario isolato a Wuhan ad inizio pandemia, oggi sono centinaia le varianti emerse. Quelle che hanno destato più preoccupazione, per via della contagiosità crescente, sono state la Alpha (inglese) e la Delta (indiana). 

IL CASO DELLA VARIANTE OMICRON

L'attenzione in queste ore si sta concentrando sulla variante Omicron, isolata nelle scorse settimane in Sudafrica. Ciò che ha messo in allarme in primis il governo del Paese e successivamente l'Organizzazione Mondiale della Sanità è stata la rapidissima diffusione e la presenza di numerose mutazioni nella proteina Spike, la porzione di virus riconosciuta dal sistema immunitario. Ma come accaduto per le precedenti varianti, "chi cerca, trova". Annunciata la nuova sequenza virale, nel giro di poche ore sono stati trovati casi positivi sia in Europa sia negli Stati Uniti. Confrontando le sequenze delle differenti varianti, l'ipotesi che la Omicron si sia generata solo nelle ultime due settimane non è così solida.

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ATTENDERE I DATI

Ma al di là delle tempistiche, ad oggi l'attenzione si focalizza sulle caratteristiche virali della Omicron nell'indurre la malattia, nella sua maggiore contagiosità e sulla sua presunta capacità di evadere la risposta immunitaria. Il messaggio è chiaro: non si hanno ancora dati disponibili per giungere a delle conclusioni solide. Molte delle mutazioni indentificate non sono affatto nuove ma sono condivise con altre varianti. Altre, ed è questa il motivo dell'attenzione, suggerirebbero una differenza nella struttura della spike che potrebbe portare ad una riduzione dell'efficacia vaccinale. Il condizionale è però d'obbligo poiché gli anticorpi presenti possono riconoscere più zone della spike e dunque una riduzione dell'efficacia non significa perdita totale di protezione. Non a caso tutti le varianti isolate sino ad oggi non hanno dato fenomeni di resistenza alla vaccinazione.

IL CONTESTO SUDAFRICANO

Nell'attesa di chiarire le capacità infettive della Omicron e l'eventuale riduzione nell'efficacia della vaccinazione, alcuni addetti ai lavori hanno ipotizzato che lo sviluppo della variante possa essere stato influenzato da un duplice fenomeno. Se da un lato più il virus circola indisturbato e più ha possibilità di mutare, dall'altro diversi studi hanno dimostrato che tale fenomeno è più probabile quando il virus "alberga" per molto tempo in individui immunocompromessi. In Sudafrica, così come in molte zone del continente, la prevalenza di persone sieropositive e scarsamente trattate per HIV è elevata. Una caratteristica che potrebbe aver portato alla genesi della nuova variante e che dimostra ancora una volta l'importanza di vaccinare il mondo.

L'IMPORTANZA DELLA VACCINAZIONE

Ma c'è di più: anche se i vaccini attuali sono stati progettati sulla versione originaria del virus isolato a Wuhan, diversi studi hanno dimostrato che nel tempo gli anticorpi sono in grado di "maturare" riuscendo via via a riconoscere varianti virali differenti. Ciò è risultato particolarmente vero per quelle persone che hanno contratto il virus e poi si sono vaccinate con una dose. La terza dose dunque potrebbe aumentare questa capacità aumentando la variabilità delle zone della spike che vengono riconosciute. Al di là di questa caratteristica, la buona notizia è comunque quella che grazie ai vaccini a mRNA, nel giro di pochissime settimane sarà possibile -all'occorrenza- avere in produzione dei nuovi vaccini progettati sulle caratteristiche della Omicron.

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Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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