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Ginecologia

Diamo un taglio al cesareo. Solo quando serve

pubblicato il 08-02-2012

Questa la raccomandazione secondo le Linee Guida dell’Istituto Superiore della Sanità, perché il parto naturale è più sicuro per mamma e neonato

Diamo un taglio al cesareo. Solo quando serve

Questa la raccomandazione secondo le Linee Guida dell’Istituto Superiore della Sanità, perché il parto naturale è più sicuro per mamma e neonato

«Non è vero che un parto con il taglio cesareo sia più sicuro per la madre e il bambino. La mortalità materna è 3-4 volte superiore rispetto al parto naturale, ed è più alto l’indice di malattie che possono colpire il bambino nel primo mese dopo la nascita». La ricercatrice Serena Donati, ginecologa ed epidemiologa, lavora all’Istituto Superiore di Sanità nel reparto Salute della Donna e dell’Età evolutiva, ed è decisamente dalla parte delle donne. Per esempio, si arrabbia quando sente dire che molte volte sono le donne a richiedere il cesareo: «Perfetto: così la colpa diventa delle vittime! Ma non è vero. Sono pochissime le donne che chiedono il cesareo, e in uno studio di qualche anno fa abbiamo dimostrato che ben il 72% delle donne sottoposte a cesareo avrebbero voluto partorire in maniera fisiologica». All’insegna dello slogan programmatico “Il cesareo solo quando serve”, in questi giorni l’Istituto Superiore di Sanità ha presentato le nuove linee-guida internazionali, messe a punto dai suoi esperti con un brillante lavoro di revisione di tutta la letteratura scientifica.

MEDICINA DELL’EVIDENZA- E’ l’applicazione del principio di una medicina basata sull’evidenza, e ne sono venuti fuori un utilissimo manuale clinico per tutti gli addetti ai lavori (una facilitazione: è in italiano), e nello stesso tempo una chiara linea-guida per il pubblico, «affinché il taglio cesareo divenga una scelta appropriata e consapevole da parte delle donne -dice la dottoressa Donati- e si modifichi profondamente la situazione, che per ora vede l’Italia alla guida della classifica europea per il numero di cesarei, con una media del 38 per cento (e con picchi che arrivano anche al 60%, come in Campania) rispetto a una media europea del 24%». Serena Donati, che è uno dei tre coordinatori dello studio dell’Istituto Superiore di Sanità per queste nuove linee-guida, è convinta che ci si possa riuscire: «Il parto naturale è la scelta migliore, e salvo controindicazioni dev’essere sempre preferito, assicurando alle donne il sollievo dal dolore, sia con il ricorso all’analgesia dell’epidurale sia con il sostegno emotivo, nella modalità one-to-one , cioè facendo in modo che ogni partoriente abbia una persona presente in tutto il travaglio, che la sostiene e la conforta. Non c’è bisogno che sia un medico o un’ostetrica, può essere anche un laico, vale a dire un parente informato e preparato. E’ inoltre importantissimo che durante la gravidanza la donna sia stata costantemente informata, e abbia potuto discutere con il medico il tipo di parto da effettuare. Tranne casi veramente rarissimi di incoercibile paura del parto, una donna pienamente informata arriva al travaglio serenamente, ed è anche in grado di affrontare i problemi imprevisti».

OSTETRICI PIU’ PREPARATI- Normalizzare un panorama che vede da anni la continua crescita dei tagli cesarei passa anche da una migliore formazione dei professionisti. Dice la dottoressa: «Nelle scuole di specialità, occorre considerare di più la fisiologia del parto. Attualmente l’insegnamento è spostato verso la patologia, e manovre come il rivolgimento nell’utero di un feto in posizione anomala rischiano di non fare più parte del bagaglio professionale». Anche la cosiddetta medicina difensiva è causa dell’eccesso di tagli cesarei, e la ricercatrice fa notare un paradosso: «In genere si riscontra un’alta percentuale di cesarei nelle piccole cliniche, dove confluiscono soprattutto le donne che non hanno avuto una prognosi di parto a rischio, e che quindi sarebbero candidate a un parto normale, naturale».

PUNTI NASCITA- Serve anche una grande riorganizzazione dei punti nascita: «Bisogna continuare sulla strada già intrapresa di creare strutture dove siano disponibili équipes multidisciplinari (oltre ai ginecologi e alle ostetriche, pediatri, anestesisti-rianimatori, psicologi) in grado di scambiarsi pareri, e di crescere professionalmente grazie a una continua revisione tra pari» E’ così, con un grande sforzo organizzativo e partecipativo, che l’abbassamento del numero di parti cesarei diventa un indicatore della qualità e dell’appropriatezza. Conclude Serena Donati: «Se si vuol fare, si può fare. Per esempio a Castellamare di Stabia una persona come l’ostetrico Ciro Guarino ha accettato la sfida e l’ha vinta: i cesarei sono scesi ad appena il 17%. Guarino si era portato una brandina in reparto, e stava lì anche di notte». 

Antonella Cremonese

Approfondimento: scopri le linee guida per il parto cesareo


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