I medici di famiglia e i ginecologi lo dicono subito, alle donne che si presentano in studio in dolce attesa: durante i nove mesi dalla gravidanza è meglio astenersi completamente dal consumo di bevande alcoliche. Ma le indicazioni, evidentemente, non sempre vengono seguite alla lettera. Altrimenti ogni anno, nel mondo, non nascerebbero 199mila bambini affetti dalla sindrome alcolica fetale, uno condizione che racchiude uno spettro di disabilità (neurologiche e fisiche) che sono la conseguenza del consumo di vino e altre bevande alcoliche bevute dalla futura mamma durante la gravidanza.
I RISULTATI DELLO STUDIO
Il dato statistico emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista The Lancet Global Health. I ricercatori del centro per la cura delle dipendenze e della salute mentale dell’Università di Toronto hanno condotto una revisione sistematica della letteratura. Duplice l’obiettivo: stimare la quota di donne che consuma bevande alcoliche durante gravidanza e l’effettiva prevalenza della sindrome feto-alcolica. Il contagio dei casi di malattia non è stato effettuato soltanto su scala globale, ma anche nello specifico dei singoli Paesi. Da questo secondo punto non ne è uscita bene l’Europa. Se complessivamente circa il dieci per cento delle donne in dolce attesa risulta consumatrice di quantità variabili di alcolici, nel Vecchio Continente s’arriva a superare il 25 per cento. Ciò vuol dire che in Europa poco più di una donna su quattro è adusa ad alzare il gomito, senza evidentemente conoscere o preoccuparsi delle possibili conseguenze per il nascituro. Nell’ambito europeo, i tassi più alti sono stati registrati in Russia e nel Regno Unito. Ma anche dalle indagini condotte in Italia è emersa un’«adesione» superiore al cinquanta per cento. Ovvero: più di una donna su due beve alcolici in gravidanza.







