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I nostri ricercatori

A caccia di nuovi bersagli terapeutici per il tumore del pancreas

pubblicato il 31-03-2020

Emanuele Valli ci parla del suo progetto di ricerca che vuole comprendere il ruolo della proteina ETV5 nell’evoluzione del tumore al pancreas e identificare nuovi bersagli terapeutici

A caccia di nuovi bersagli terapeutici per il tumore del pancreas

Il tumore del pancreas origina da una crescita incontrollata delle cellule di quest’organo e, ancora oggi, rappresenta una delle neoplasie più aggressive e letali. A causa della posizione all’interno del corpo, della presenza di sintomatologia blanda o aspecifica durante le prime fasi di sviluppo e della mancanza di uno screening specifico, le cure sono spesso inefficaci e la prognosi rimane spesso infausta.

Emanuele Valli, biotecnologo dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, sta sviluppando un progetto volto a studiare i meccanismi molecolari collegati alla proteina ETV5, per studiare il suo ruolo nella maturazione e aggressività delle cellule di tumore pancreatico e valutarne il potenziale come bersaglio terapeutico. 

 

Emanuele, parlaci del tuo progetto.

«Il mio progetto di ricerca riguarda il tumore del pancreas, una neoplasia aggressiva e che presenta al suo interno un elevato grado di eterogeneità, con cellule a diversi gradi di maturazione e aggressività. Nei miei studi utilizzerò nuove tecnologie che permettono di effettuare una ricerca molto più mirata. Nello specifico, cercherò di valutare le caratteristiche delle diverse aree presenti all’interno di uno stesso tumore, provando a comprenderne le origini. In questo modo, conoscendo l’eterogeneità del tumore, si potranno individuare trattamenti più specifici».

 

La proteina ETV5 gioca un ruolo in questa diversità interna al tumore?

«Alcuni studi recenti hanno dimostrato che la proteina ETV5 è insolitamente attiva e presente ad alti livelli nelle cellule più aggressive e meno mature, ed è potenzialmente responsabile della loro formazione. Nel mio progetto lavorerò per comprendere gli effetti prodotti dalla riduzione di ETV5 in alcune linee cellulari rappresentative del tumore del pancreas. Verranno studiati alcuni parametri per valutare la crescita e l’aggressività cellulare, utilizzando le più moderne tecniche di manipolazione genica. Inoltre, verranno identificati i geni controllati e correlati all'azione di ETV5, in modo da chiarire i meccanismi molecolari con cui questa proteina promuove la crescita tumorale».

 

Quali sono le eventuali possibili applicazioni di questo studio sulla salute umana?

«Oggi sappiamo ancora poco del tumore al pancreas. Il nostro progetto è mirato a incrementare la conoscenza a livello molecolare e cellulare di questa malattia con il fine ultimo di indentificare nuovi possibili bersagli terapeutici a oggi ancora ignoti. I risultati ottenuti permetteranno sviluppo di terapie innovative ed efficaci contro questa neoplasia».

 

Emanuele, sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, durante il dottorato ho trascorso un anno negli Stati Uniti e, per cinque anni, ho lavorato al Children’s Cancer Institute of Australia, a Sydney. Sono convinto che un’esperienza oltre i confini sia sempre rilevante per la carriera di un ricercatore. Infatti, venire a contatto con culture e lingue differenti costituisce un’importante occasione di crescita sia personale che per la formazione scientifica».

 

Ricordi l’episodio o il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Onestamente non ricordo un momento preciso. Penso che sia stato un innato interesse nel volere capire come funzionano le cose e, di conseguenza, anche il corpo umano».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Questa è una domanda molto difficile. Spero di poter avere un mio gruppo di ricerca e di poterlo gestire al meglio».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?               

«La possibilità di contribuire alla crescita del sapere umano per poter aiutare le persone. Nonostante sembri che quello che facciamo sia solo una goccia nell’oceano, è comunque molto importante».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Tutte le persone che ho incontrato nel mio percorso, con le loro gioie e le loro paure».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Molto probabilmente avrei provato a diventare un neurochirurgo».

 

Emanuele, qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca e che dà significato alle tue giornate in laboratorio?

«Ciò che mi spinge a fare ricerca è la consapevolezza che quello che facciamo potrebbe potenzialmente fare la differenza e salvare vite».

 

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Noi ricercatori dovremmo iniziare a comunicare di più, anche a livello internazionale. Abbiamo sempre l’idea che solo i risultati positivi possano fare la differenza ma, al contrario, anche da quelli negativi possiamo trarre preziosi insegnamenti».

 

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Penso che in Italia la gente abbia un’immagine poco chiara della figura del ricercatore, ma non direi che ci sia un sentimento antiscientifico».

 

Raccontaci di te. Hai famiglia?

«Sì, sono sposato».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commosso?

«Dieci minuti fa, ascoltando una canzone».

 

Una cosa che vorresti assolutamente vedere almeno una volta nella vita.

«La muraglia cinese».

 

La cosa di cui hai più paura e perché.

«Che il bambino che ero non sia soddisfatto dell’uomo che sono diventato».

 

Sei soddisfatto della tua vita?

«Complessivamente, direi di sì».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare.

«La presunzione di superiorità di alcune persone semplicemente per un titolo che possiedono. Penso che, indistintamente, ognuno di noi abbia qualcosa di molto importante da dire».

 

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa ti piacerebbe chiedergli?

«Mi piacerebbe incontrare qualcuno che abbia veramente il potere di cambiare le cose nel mondo e chiedergli come mai non applica il buon senso per risolvere alcune importanti problematiche».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Prima di tutto vorrei ringraziarli immensamente perché il loro contributo è fondamentale. Questo, infatti, consente a noi ricercatori di poter comprare i reagenti e i macchinari per eseguire gli esperimenti, nonché di pagare i nostri stipendi. La ricerca è un investimento a lunghissimo termine: i risultati non si vedranno subito ma faranno la differenza domani».

 

 


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