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Oncologia

Perché è così difficile curare il tumore del pancreas?

pubblicato il 14-10-2019

L'aumento dei casi è ancora privo di una spiegazione. E nessuna metodica è risultata finora efficace per lo screening di popolazione contro il tumore del pancreas

Perché è così difficile curare il tumore del pancreas?

«Perché non riusciamo a fermare l'adenocarcinoma del pancreas?», era il titolo di un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul New York Times. Punto di partenza del servizio, molto chiaro ed esauriente, era la domanda che si pone la gran parte di chi, in prima persona o indirettamente, ha «incrociato» quella che è una delle neoplasie più letali. Perché, se i tumori della cervice uterina sono oggi in larga parte prevenibili e la guarigione è diventata l'epilogo più diffuso un tumore della tiroide o della prostata, lo stesso non può dirsi per il pancreas? Come mai i progressi compiuti in ambito oncologico - a livello diagnostico e terapeutico - non hanno determinato un impatto sul tasso di sopravvivenza a questa malattia, fermo all'8 per cento dopo cinque anni? Cosa differenzia quei pochi pazienti che hanno superato la malattia dai molti di più che non sono riusciti a sopravvivere oltre? 

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TUMORE DEL PANCREAS: CASI IN AUMENTO

In cinque anni, in Italia, i nuovi casi di tumore del pancreas sono aumentati del sei per cento: da 12.700 (2014) a 13.500 (stima per il 2019). La malattia, in ambito oncologico, è tra quelle su cui grava una prognosi spesso sfavorevole. A determinarla è l'elevata aggressività, che porta questo tumore a essere diagnosticato in forma metastatica in quasi 1 caso su 2. L'aumento di incidenza, unito a una velocità di diffusione comune a pochi altri tumori, fa sì che «sia l'unica forma di cancro che causa più decessi rispetto al 2014», citando un passaggio del servizio apparso Oltreoceano. Come spiegarsi questo trend? «Una risposta non ce l'abbiamo ancora - allarga le braccia Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma -. Conosciamo alcuni fattori di rischio, quali il fumo e l'obesità, che da soli però non bastano a giustificare l'aumento dei casi osservato. Il tasso di mortalità è rimasto costante, ma la maggiore incidenza ha determinato un aumento del numero di persone che hanno perso la vita per questa malattia».

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PER EVITARE I TUMORI 

DIAGNOSI PRECOCE QUASI IMPOSSIBILE

Nella cura del cancro, la diagnosi precoce fa la differenza. Ma contro l'adenocarcinoma del pancreas, di cui negli ultimi anni sono morti Giacinto FacchettiLuciano Pavarotti e Steve Jobs, le armi sono spuntate. Per due ragioni: la velocità di disseminazione delle cellule cancerose e la posizione dell'organo (posteriore allo stomaco e circondato dalla milza, dal fegato e dall'intestino tenue), che lo rende difficile da studiare con l'ecografia. Mentre esami più sensibili, come la Tac multistrato e la risonanza magnetica colangiopancreatica, non vengono praticamente mai effettuati in prima battuta. In più, un mese fa, la task force dei servizi di prevenzione degli Stati Uniti ha escluso l'ipotesi di ricorrere a uno screening di popolazione che vada oltre le persone a rischio. A complicare il quadro è anche la localizzazione della ghiandola, che rende poco specifici i sintomi della malattia: la perdita di peso, il dolore addominale o lombare, un persistente senso di sazietà. E l'ittero? «È un segno tipico se la malattia è nella testa dell’organo, ma quando compare spesso la malattia non è più operabile», puntualizza lo specialista. Di fatto la quasi totalità delle diagnosi in tempo utile avviene in maniera quasi non voluta, nel corso di accertamenti a cui ci si sottopone per altre ragioni.


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Queste difficoltà, abbinate alla frequente refrattarietà alla chemioterapia e alla tendenza a ripresentarsi nel tempo, spiega perché soltanto in meno di un quinto delle diagnosi si ricorra alla chirurgia, con chiare ripercussioni sulle probabilità di superare la malattia. Nel migliore dei casi, infatti, la sopravvivenza dopo un lustro può arrivare al 30 per cento. «Un simile intervento è accompagnato da un tasso di complicanze più alto, anche in ragione della posizione della ghiandola - sottolinea Alessandro Zerbi, responsabile dell'unità di chirurgia del pancreas dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) -. La rinuncia nella maggior parte dei casi è dettata dall’impossibilità di rimuovere il tumore dai vasi circostanti e dalla frequente presenza di metastasi». Se si ha l'opportunità di entrare in sala operatoria, fondamentale è la scelta della struttura a cui ci si rivolge. Vista la complessità dell'intervento, i tassi di mortalità variano in maniera significativa tra i centri ad «alto» e «basso» volume. Questo, di fatto, è uno dei casi in cui dalla migrazione sanitaria può dipendere l'esito della malattia.  

CHEMIOTERAPIA ANCORA IMPRESCINDIBILE

L'elevata complessità della malattia e la scarsa conoscenza del suo profilo biologico e molecolare hanno fatto sì che finora molti tentativi di curarla con farmaci a bersaglio molecolare si siano conclusi con un flop. Lo standard a livello medico rimane ancora la chemioterapia, «mentre né l'impiego dei farmaci biologici né il ricorso all'immunoterapia hanno finora restituito i risultati sperati», aggiunge Tortora: a conferma di come il tentativo di «avvicinare» il trattamento dell'adenocarcinoma del pancreas a quello di altre neoplasie non sia destinato a portare per ora a una soluzione. A risultare alterati, in questo caso, sono importanti vie di trasmissione di segnali cellulari e oltre dieci tra oncogeni (geni che, se mutati, possono favorire la comparsa dei tumori) e oncosoppressori (servono a bloccare la proliferazione tumorale). Questo quadro rende complicato l'intervento con un unico farmaco, considerando peraltro che nei confronti dell'oncogene Ras (mutato nel 94 per cento delle diagnosi di tumore del pancreas) finora gli oncologi non hanno individuato soluzioni efficaci in quasi trent'anni di ricerca.


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PROSPETTIVE DALLA RICERCA

«Rispetto ai progressi registrati in altri casi, nel trattamento del tumore del pancreas siamo in ritardo - ammette Tortora -. Già da qualche anno, però, iniziamo a conoscere meglio la malattia. Motivo per cui è lecito sperare in qualche risultato significativo nell'immediato futuro». A segnare la svolta è stato il sequenziamento del genoma di questi tumori, portato a termine dal Consorzio Internazionale del Genoma del Cancro, di cui fanno parte anche alcuni ricercatori dell'Università di Verona. Si tratta di una scoperta di grande importanza - descritta sulle colonne della rivista Nature - che permetterà di mettere a punto specifiche terapie mirate contro le (molteplici) alterazioni individuate in questi tumori. Di rilievo è anche l'aver riconosciuto che 7 pazienti su 100 mostrano una mutazione dei geni Brca, gli stessi che fanno crescere le probabilità di sviluppare un tumore al seno o all'ovaio. Partendo da qui, questi pazienti vengono oggi trattati anche con altri farmaci. E, in futuro, si valuterà il rischio genetico nei parenti di primo grado (al momento non esiste un percorso di counseling specifico per il tumore del pancreas). Si guarda con interesse pure alle alterazioni del microbiota intestinale, «rilevabili in tutte le neoplasie dell'apparato digerente - chiosa Tortora -. Oggi sappiamo che alcuni ceppi batterici si associano più di frequente alla malattia e che altri degradano la gemcitabina, uno dei farmaci più impiegati contro questa malattia, e vanificano la sua efficacia». 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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