Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora
Oncologia

Tumore del pancreas: la chemio può fare la differenza, ma si usa poco

pubblicato il 14-11-2018

La chemioterapia neoadiuvante (preoperatoria) dà maggiori probabilità di successo dell'intervento nei pazienti colpiti da un tumore del pancreas localmente avanzato

Tumore del pancreas: la chemio può fare la differenza, ma si usa poco

La chemioterapia neodiuvante - ovvero il trattamento farmacologico proposto prima dell'intervento chirurgico - può fare la differenza nei pazienti colpiti da un tumore del pancreas localizzato alla ghiandola e non troppo esteso. Ma nonostante le evidenze crescenti raccolte negli ultimi anni, è un'opportunità terapeutica a cui in Europa si ricorre di rado o comunque «a macchia di leopardo»: con una ripercussione sui tassi di sopravvivenza delle persone colpite da una delle più aggressive neoplasie, di cui il 15 novembre si celebra la giornata mondiale. Eppure, come dimostrato pochi mesi fa da una ricerca condotta da un gruppo di esperti italiani, il trattamento pre-chirurgico con un «cocktail» di farmaci citotossici è potenzialmente in grado di raddoppiare le chance di sopravvivere a una malattia che presenta tassi elevati di mortalità (92 per cento dopo cinque anni). 


Tumore del pancreas: per allungare la sopravvivenza si valuta (anche) la radioterapia


IN EUROPA CURE (ANCORA) TROPPO DISOMOGENEE

L'istantanea è stata scattata da un gruppo di ricercatori europei e riprodotta attraverso le colonne della rivista Annals of Surgical Oncology. Gli scienziati hanno raccolto i dati inseriti nel registro del consorzio Eurecca (Registro europeo delle cure oncologiche) da cinque Paesi (Belgio, Olanda, Slovenia, Ucraina, Bulgaria), due realtà locali (Catalogna e Monaco di Baviera) e un singolo centro (Humanitas di Milano), con l'obiettivo di studiare le differenze nell'accesso alle cure e migliorare (di conseguenza) le probabilità di sopravvivere alla malattia in maniera uniforme nel Vecchio Continente. L'attenzione è stata rivolta ai pazienti (2052) che, tra il 2012 e il 2013, avevano ricevuto una diagnosi di tumore del pancreas in stadio 1(la maggior parte). Dall'analisi mirata a valutare la sopravvivenza globale, la mortalità a novanta giorni dall'intervento e l'accesso alla chemioterapia preoperatoria, sono emerse notevoli differenze tra le realtà. 

PANCREATITE ACUTA: COS'E'
E COME SI CURA?

 

Troppe donne muoiono di tumore (polmone e pancreas) per colpa del fumo

Troppe donne muoiono di tumore (polmone e pancreas) per colpa del fumo

01-03-2017
QUANDO SI RICORRE ALLA CHEMIOTERAPIA NEOADIUVANTE?

I ricercatori si sono soffermati sull'accesso alla chemioterapia preoperatoria, che ha finora dato prova di efficacia se applicata ai quei pazienti colpiti da una malattia localmente avanzata. Come tale, spiega Gabriele Capurso, responsabile dell'unità di ricerca clinica del centro sulle malattie del pancreas dell'ospedale San Raffaele di Milano, «si intende un tumore che ha infiltrato alcune arterie situate a ridosso del pancreas», ma che non si è diffuso a distanza dalla ghiandola. In questi casi, con la chemioterapia neoadiuvante, si ha «la possibilità di ridurre le dimensioni del tumore e renderlo operabile». Un passaggio necessario per migliorare la prognosi dell'adenocarcinoma - il tumore più aggressivo, che si riscontra in 8 casi su 10 di malattia oncologica del pancreas - considerando che i risultati migliori si hanno nei pazienti in cui la malattia risulta asportabile chirurgicamente (a oggi meno di uno su cinque, perché negli altri casi la diagnosi avviene quando la malattia è già a uno stadio più avanzato). L'accesso alla chemioterapia neoadiuvante è dunque una delle opportunità per cambiare il decorso di un tumore che continua a far paura, in ragione dei suoi ridotti tassi di sopravvivenza: appena l'otto per cento, dopo cinque anni dalla diagnosi. 


Tumore del pancreas: in futuro la diagnosi attraverso la saliva?


LE RIPERCUSSIONI SULLA SOPRAVVIVENZA

Il ricorso alla chemioterapia neoadiuvante è risultato variabile tra il 2,8 (Olanda) e il 15,7 per cento (Humanitas). Nel confronto tra Stati e per età dei pazienti, la probabilità è risultata ridotta in Olanda e in Slovenia rispetto al Belgio, così come (generalmente) nei più anziani (oltre i 75 anni). L'accesso a questa opzione terapeutica ha avuto anche una ripercussione in termini di sopravvivenza: con oscillazioni comprese (anche) tra gli otto e i dieci mesi, a seconda della tipologia del confronto (tra registri nazionali e dei singoli centri). Un dato che, secondo i ricercatori, ha una spiegazione plausibile: la chemioterapia neoadiuvante dovrebbe essere usata in pazienti arruolati in studi clinici, che sono più facilmente accessibili nei centri specializzati. Ipotesi che trova d'accordo Alessandro Zerbi, responsabile dell'unità di chirurgia del pancreas all'Istituto Clinico Humanitas: «Questi dati evidenziano come sia la valutazione di un paziente con un tumore del pancreas tragga i maggiori benefici da un approccio multidisciplinare, eseguibile soltanto in centri ad alto volume di pazienti affetti da una malattia pancreatica. Questo è dimostrato anche da diversi studi che confermano come l’accesso a strutture qualificate comporti minori complicanze e minore mortalità a seguito di una procedura chirurgica».

LA PREVENZIONE

Il tumore del pancreas è una delle forme di cancro a prognosi più sfavorevole, in cui la diagnosi avviene spesso quando la malattia è già metastatica e risulta a uno stadio incurabile. L’unica forma di prevenzione attuabile è quella primaria, che comunque non è specifica per la malattia. Non esiste inoltre uno screening per individuare diagnosi precoci, se non nei casi in cui emerge una familiarità. «Come tale si intende la presenza di almeno due casi di tumore del pancreas tra parenti dello stesso ramo, di cui almeno uno di primo grado - conclude lo specialista -. A una persona in questa situazione, consigliamo di effettuare una risonanza magnetica annuale da quando ha dieci anni in meno rispetto all'età in cui è stata formulata la diagnosi nel parente più giovane».

 


 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza