«Perché non riusciamo a fermare l'adenocarcinoma del pancreas?», era il titolo di un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul New York Times. Punto di partenza del servizio, molto chiaro ed esauriente, era la domanda che si pone la gran parte di chi, in prima persona o indirettamente, ha «incrociato» quella che è una delle neoplasie più letali. Perché, se i tumori della cervice uterina sono oggi in larga parte prevenibili e la guarigione è diventata l'epilogo più diffuso un tumore della tiroide o della prostata, lo stesso non può dirsi per il pancreas? Come mai i progressi compiuti in ambito oncologico - a livello diagnostico e terapeutico - non hanno determinato un impatto sul tasso di sopravvivenza a questa malattia, fermo all'8 per cento dopo cinque anni? Cosa differenzia quei pochi pazienti che hanno superato la malattia dai molti di più che non sono riusciti a sopravvivere oltre?
Perché è così difficile curare il tumore del pancreas?
L'aumento dei casi è ancora privo di una spiegazione. E nessuna metodica è risultata finora efficace per lo screening di popolazione contro il tumore del pancreas

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