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Colpire il punto debole nel carcinoma squamocellulare

pubblicato il 25-06-2018

Elisabetta Palazzo studia una proteina importante per la maturazione delle cellule della pelle: un possibile bersaglio farmacologico in caso di neoplasie cutanee

Colpire il punto debole nel carcinoma squamocellulare

Il melanoma è il tumore alla pelle più conosciuto, ma non è il solo. Ne esistono altri meno noti ma ben più comuni, come il carcinoma squamocellulare, il secondo tipo di cancro cutaneo più diffuso al mondo. Il principale fattore di rischio per la sua insorgenza è l'esposizione alle radiazioni ultraviolette, solari o artificiali. I raggi UV provocano danni, talvolta irreversibili, alle cellule epidermiche, i cheratinociti. In particolare, i cheratinociti staminali, che sono i responsabili della continua rigenerazione della pelle, subiscono alterazioni in specifici geni, con conseguente proliferazione incontrollata e trasformazione tumorale. Se non trattato tempestivamente, può facilmente dare metastasi e diffondersi. La biotecnologa Elisabetta Palazzo, all'Università di Modena e Reggio Emilia, studia proprio questi meccanismi di alterazione nei cheratinociti. 


Elisabetta, di cosa ti occupi nei dettagli?

«La mia ricerca si focalizza su una proteina presente nei cheratinociti chiamata CD271, che agisce come recettore per le neurotrofine, specifiche molecole-segnale. CD271 è molto importante per il normale differenziamento dei cheratinociti staminali in cellule della pelle adulte, e la sua assenza predispone ad aumentata e incontrollata proliferazione dei cheratinociti, che diventano tumorali. la sua attivazione, invece, contribuisce alla morte delle cellule nel tumore squamocellulare».

 

Quale approccio userai per lo studio di questo meccanismo biologico?

«Avremo un doppio approccio. Attraverso modelli cellulari 3D in vitro, chiamati sferoidi, ricreeremo l’architettura del tumore per valutare l’efficacia dell’attivazione di CD27. Inoltre, verrà utilizzato il pesce zebra per studiare in vivo la capacità di CD271 di bloccare progressione e metastasi».

 

Quale potrà essere una applicazione futura alla salute umana?

«I risultati consentiranno di capire se e come è possibile influenzare farmacologicamente l’attività di CD271 nel trattamento del carcinoma squamocellulare». 

 

Dopo il dottorato hai lavorato alcuni anni negli Stati Uniti. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Molta forza e consapevolezza di avere, come tanti altri ragazzi, grosse potenzialità dal punto di vista professionale. Ho un solo rimpianto: essere stata dall’altra parte del mondo quando mio padre si è ammalato e se n'è andato nel giro di dieci giorni a causa di una displasia midollare evoluta in leucemia acuta, anche se è stato proprio lui a spingermi affinché andassi all'estero a fare esperienza. Lui è sempre stato un mio grande punto di riferimento»
 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Vorrei continuare il mio lavoro con la stessa passione. Considerando le grandi difficoltà della ricerca in Italia, la passione non deve mai venire meno».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Avere ogni giorno delle mete da raggiungere».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La troppa burocrazia delle amministrazioni e il precariato».

 

Pensi la ricerca italiana abbia dei lati oscuri?

«Le procedure pubbliche dovrebbero essere un snellite, e il percorso accademico dovrebbe avere punti di unione per tutti i ricercatori in tutte le università italiane in modo da le grosse differenze  di età che ci sono attualmente.  In generale, credo che il termine meritocrazia vada nuovamente insegnato a molti».


Qual è secondo te il futuro della medicina?

«Credo molto nella medicina personalizzata e nelle nanotecnologie a essa applicate».


Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«Contribuire a migliorare il mondo che lascerò ai miei figli. È pensare che il nonno, la mamma o il papà che si ammalano di cancro possano guarire e poter trascorrere il tempo con i propri figli e nipoti».

 

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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